NON DIMENTICATE. PIAZZALE LORETO 10 agosto 1944


Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento del prof. Luigi Ganapini

Prof. Luigi GanapiniGli scioperi del marzo ’44 e il loro significato politico

relatore prof. Luigi Ganapini, docente f. r. di Storia Contemporanea - Università Statale degli Studi di Bologna


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Trascrizione

Gli scioperi operai del marzo 1944 sono un grande mito della storia della Resistenza. Mito non significa pura invenzione, ma esaltazione e motivo di orgoglio per coloro che vi hanno partecipato, per la città che li ha ospitati e per l’Italia intera, anche perché gli scioperi operai, come espressione di una profonda conflittualità sociale, sono una delle caratteristiche della Resistenza italiana.

Naturalmente, scioperi operai non significa semplicemente scioperi dei centri industriali o delle fabbriche industriali, significa scioperi e lotte di un popolo lavoratore perché, proprio il marzo ’44, vede scendere in sciopero non solo gli operai delle industrie del Nord, ma anche quelli del Centro, tutt’ora occupato dai tedeschi e, ancora, le masse contadine.
È questo un momento molto importante per cui per lo sciopero operaio non va inteso in senso riduttivo come sciopero dei centri industriali ma in senso più lato. Certamente, i centri industriali hanno avuto un ruolo molto importante perché erano quelli che toccavano da vicino la produzione bellica, e ponevano in difficoltà l’occupante tedesco.
I tedeschi rispetto a queste iniziative di massa hanno un atteggiamento complesso: da una parte, pensano di poterlo risolvere, facendo pressioni sulle autorità fasciste e sui padroni perché facciano delle concessioni, dall’ altra intendono intervenire con mano pesante nei confronti degli operai. Arresti, deportazioni, torture, fucilazioni sono il tragico corredo dell’occupazione tedesca in Italia.
Ora, il marzo 1944, però, è il punto di arrivo di un lungo percorso che si apre coi primi anni di guerra, con una serie di agitazioni operaie in tutte le fabbriche che culminano nel famoso, citatissimo sciopero del marzo 1943, al quale però viene attribuito un ruolo probabilmente eccessivo rispetto alla realtà.
Si dice che gli scioperi del marzo ’43 hanno dato il colpo mortale al regime; certo fu una cattiva notizia per la dirigenza fascista, fu un segnale d’allarme ma in realtà non ebbe le conseguenze dirette e immediate di cui molto spesso si favoleggia. Mussolini andò a casa perché lo decise Vittorio Emanuele III, che aveva capito che le cose stavano andando male, e perché lo decisero un gruppo di congiurati fascisti. Quindi la destituzione di Mussolini fu un’operazione di palazzo, sul cui sfondo sta certamente questo conflitto sociale che sta ruggendo in fondo al Paese, ma non ne fu la causa diretta, come spesso, invece, si favoleggia.
Ci si dimentica anche di dire –e bisogna pur dirlo- che dopo gli scioperi del marzo le cose non si fermano: gli scioperi riprendono, dopo una pausa dovuta alla durezza della reazione fascista, con la caduta di Mussolini in un nuovo modo, con le richieste di aree aperte, precise di pace e di libertà. Gli scioperi si inseriscono in questa ripresa dell’antifascismo che chiede di uscire dalla guerra e di trattare con gli alleati, rompendo l’alleanza con i tedeschi. Questa è già una qualificazione politica molto importante di questi scioperi che proseguono nei mesi successivi: quando c'è l'occupazione tedesca, i primi scioperi stanno a significare che gli operai sono contrari alla presenza nazista e alla repubblica sociale.
Gli scioperi proseguono nel novembre e dicembre a Milano, Torino e Genova per esplodere, infine, in quel grandioso sciopero di marzo del ’44, che ha addirittura una risonanza internazionale. È un momento di altissima tensione in cui sembra quasi che, sull’onda dell’avanzata anglo-americana, si possa dare –questa volta sì- la spallata decisiva al regime fascista, mandandolo a casa.
In realtà, c’è stato un grosso equivoco in questa mobilitazione perché, in particolare, il partito comunista aveva lanciato parole d’ordine che avevano sedimentato profondamente nelle masse popolari, lasciando intendere che con questo sciopero si sarebbe dato il via all’insurrezione. In realtà, l’insurrezione non può essere attuata perché non ci sono abbastanza forze partigiane, non ci sono le forze armate e gli alleati sono ancora lontani. Lo sciopero si chiude in qualche modo, con un senso di delusione da parte di alcuni settori della classe operaia. Tanto più che le rivendicazioni materiali vengono completamente disattese: i tedeschi e i fascisti decidono di fare il muso duro alle richieste operaie e non concedono nulla.
C’è anche, in un certo senso, una vena di delusione che accompagna l’entusiasmo per la grande vittoria conseguita sul piano dell’opinione pubblica e della visibilità. Dopo il marzo ’44, il ruolo degli scioperi industriali cade profondamente per due motivi: prima di tutto c’è questo senso di stanchezza nelle masse operaie che pensavano di aver dato il colpo finale al fascismo; e, poi, per un fatto materiale: i bombardamenti aerei impediscono i rifornimenti delle materie prime, bloccano la produzione industriale e di energia. Perciò gli scioperi non danno più nessun colpo alla produzione, non hanno più l’importanza che avevano quando bloccavano davvero una produzione, in una certa misura, ancora importante. Tra aprile, maggio e giugno, la produzione industriale cade rapidamente a livelli minimi e gli scioperi non hanno più un’importanza economica, pur continuando ad avere, però, una notevole importanza politica.
I tedeschi, che non hanno più scrupoli a colpire la forza lavoro, che prima magari esitavano a mettere alle strette o a mettere al muro -per usare un termine molto più brutale- perché serviva per continuare la produzione, da questo momento in avanti procedono con maggiore severità e con maggiore durezza nei confronti degli operai. E, probabilmente, anche la strage dell’agosto ’44 rientra in questa logica puramente repressiva adottata dai tedeschi.
I fascisti, dal canto loro, sono profondamente indispettiti e irritati da questa lotta operaia che smentisce le loro pretese di creare una repubblica sociale. In realtà, si sentivano anche appoggiati da vasti settori dell’opinione pubblica, perché a quindici giorni di distanza dal grande sciopero dell’Italia settentrionale, dei grandi centri industriali, e di Milano in particolare, la borghesia milanese concede al prefetto fascista Piero Parini un prestito da un miliardo di lire. Se questa non è una scelta politica, possiamo anche andare a casa.
Quindi, il conflitto sociale è profondo e durissimo in questa Italia, gli operai ne sono gli alfieri e dalla fine della primavera del ’44 la loro lotta si trasferisce su altri terreni: sulle montagne e nelle campagne. Saranno proprio le campagne le protagoniste della lotta all’occupazione tedesca nel periodo della trebbiatura, quando si tratterà di sottrarre ai tedeschi i raccolti che cercheranno di rapinare. Ma l’importanza di questi scioperi non è solo nei colpi materiali inferti alla produzione tedesca e all’orgoglio fascista; è anche nel fatto che, attorno ad essi, si costruisce una coscienza nuova.
Molto spesso, si dice, gli italiani cambiano casacca. Ebbene, nel ’43-45 coloro che hanno cambiato casacca ci sono -come ci saranno sempre e dovunque-, ma bisogna ricordare che l’Italia di quegli anni passa attraverso un profondo processo di ripensamento e di sofferenza che spiega perché, poi, ci sarà un’adesione altrettanto profonda alla repubblica e alla democrazia.