NON DIMENTICATE. PIAZZALE LORETO 10 agosto 1944


Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento del prof. Gigi Borgomaneri

Prof. Gigi Borgomaneri

La strage di piazzale Loreto

prof. Gigi Borgomaneri, ricercatore ISEC

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youtube-logo-full colorRelazione

 

youtube-logo-full colorRisposta del prof. Gigi Borgomaneri ai quesiti posti sul tema oggetto della sua relazione:
"La strage di piazzale Loreto" ed in particolare  sul ruolo di Theodor Saevecke.
Theodor Emil Saevecke è stato un ufficiale tedesco delle SS durante la seconda guerra mondiale. Come tale, ebbe il comando della SIPO-SD in Lombardia durante l'occupazione tedesca.
Ordinò nell'agosto del 1944 la fucilazione di 15 partigiani e antifascisti a Milano, in piazzale Loreto, fatto che gli procurò il soprannome di Boia di Piazzale Loreto.
Venne processato in contumacia in Italia, dal Tribunale Militare di Torino che lo riconobbe colpevole di "Violenza con omicidio in danno di cittadini italiani" emettendo nei suoi confronti la condanna all'ergastolo il 9 giugno 1999.
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Trascrizione relazione

La strage di piazzale Loreto si configura come il momento culminante della strategia repressiva tedesca in un momento particolare, di svolta della guerra. Momento che si apre a tarda primavera del ’44 con lo sfondamento sul fronte italiano, lo sfondamento del baluardo di Cassino, la liberazione di Roma, quella che sembra, almeno per le prime settimane di giugno, una inarrestabile avanzata delle truppe anglo-americane e, quindi, con un esercito tedesco che sembra, almeno apparentemente, più che in ritirata, essere in rotta. Si aprono grandi speranze alimentate anche dall’apertura del secondo fronte in Normandia; di lì a pochi giorni, la grande offensiva sovietica sui fronti che vanno dal Baltico alla Bielorussia, porterà l’Armata Rossa nel giro di quaranta giorni alle porte di Varsavia; quindi, una situazione particolarmente favorevole per le forze della Resistenza, cui si aggiunge, poi, l’espansione del movimento partigiano. Quelle poche bande, che sono riuscite a superare l’inverno in montagna e hanno anche superato i duri rastrellamenti primaverili, vengono adesso ingrossate dal continuo afflusso di giovani renitenti al bando di leva c.d. Graziani. Ci sono poi fattori politici: la costituzione del nuovo governo di unità nazionale a Roma, il governo Bonomi, la creazione del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, sempre in giugno; insomma, un contesto che suscita entusiasmo, slanci, promuove l’aggressività e la ristrutturazione organizzativa delle forze partigiane in espansione. Ovviamente, dall’altra parte, è vivissima la preoccupazione tedesca tanto che i nazisti non escludono l’eventualità di uno sgombero immediato dell’ Italia Settentrionale, con tutto ciò che questo comporta.
La strage di piazzale Loreto si inserisce in questo contesto.
I fatti sono noti, dovrebbero essere noti, ma li riassumerò brevissimamente. La mattina dell’8 agosto, verso le otto e un quarto, in viale Abruzzi, salta il rimorchio di un camion della marina tedesca il cui unico risultato, a parte lievissimi danni al mezzo, è la morte di sei passanti e il ferimento di un’altra quindicina. Risparmio a tutti voi le idiozie scritte dalla pubblicistica fascista, talvolta, riprese ancora oggi; invenzioni di sana pianta, che trovano letterali smentite nelle stesse fonti fasciste.
Per i tedeschi, gli autori di questo attentato sono i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), i commandos della Resistenza che da giugno, con l’arrivo di Giovanni Pesce a Milano, hanno scatenato un’attività di guerriglia continua e crescente. Da parte tedesca, è evidente, anche alla luce di quanto ha detto Ganapini, che muta l’atteggiamento dopo gli scioperi del marzo del ’44 nei confronti delle proteste della classe operaia e, allo stesso modo, si viene proporzionalmente irrigidendo la repressione. In un quadro più generale, che è quello delle direttive repressive che Kesselring emana dall’aprile al giugno del 44, le autorità tedesche a Milano, in particolar modo la polizia di sicurezza (Sicherheit Polizei, Si-Po), mettono in atto quella che è la strategia repressiva, che –badate bene- è una strategia terroristica bella e buona; non perché nelle rappresaglie non vi sia già insito un obiettivo terroristico, oltre quello punitivo.
Questo, invece, è un piano preordinato e lo vediamo chiaramente: nel giro di meno di un mese, si succedono tre esecuzioni a Milano, prima quella di Greco, il 16 di luglio, in cui tre ferrovieri vengono fucilati; quindici giorni dopo, all’ idroscalo, sei gappisti vengono fucilati; quindici [recte: dieci] giorni dopo, quindici partigiani vengono fucilati. Ora, io credo che balzi già immediatamente all’occhio questo multiplo: tre, sei, quindici in questa escalation del terrore, gestita con diabolica perfidia dalla polizia di sicurezza perché, praticamente, dopo tre mesi, in cui Milano è stata un’oasi –non è successo niente-, dalla caduta della prima organizzazione gappista e subito dopo gli scioperi del marzo, fino a metà giugno a Milano non c’è un attentato, non c’è un sabotaggio, non c’è un fascista o un tedesco che venga toccato. Poi, improvvisamente, anche sull’onda di quel contesto che dicevo prima, e la convinzione da parte di tutti di essere prossimi alla spallata finale, c’è questa improvvisa esplosione di attività in pieno giorno, tedeschi e fascisti vengono attaccati e, naturalmente, questo viene registrato dalla polizia di sicurezza. Però, non c’è nessunissima rappresaglia, badate bene che ci sono, fino al 24 giugno: l’attentato di Greco, devastante per i danni che produce, è proprio del 24 giugno; la rappresaglia avviene il 16 luglio, ma essa non ha niente a che vedere con l’attentato del 24 giugno perché -diabolica scaltrezza- la polizia di sicurezza sa perfettamente che non può applicare gli stessi metodi e la politica del massacro che, contemporaneamente, a partire da giugno e per i mesi successivi, viene applicata dalla Wermacht e dalla altre forze repressive nell’ Italia Centrale. È Milano, è il grande centro industriale, è un grande centro urbano, e, quindi, bisognava cogliere l’occasione propizia, l’occasione buona; e l’ occasione arriva per la prima rappresaglia, non per il sabotaggio del 24 giugno, ma perché il 12 o il 13 luglio una mano improvvida colloca una bomba su una locomotiva in partenza che distrugge la locomotiva, uccide il macchinista e colpisce due bambini che si erano fermati a veder passare il mostro d’acciaio. Immediatamente, segue la rappresaglia; così come immediatamente seguirà la presunta rappresaglia, in realtà, un atto terroristico, un omicidio, come è stato giudicato dal Tribunale Militare di Torino, la fucilazione di Loreto perché, mascherandosi da tutori, da garanti dell’ordine pubblico e tutori dell’incolumità della popolazione civile, colpita da questi sciagurati attentatori, ecco che si interviene e si decide la fucilazione di quindici resistenti già detenuti peraltro da tempo nelle mani dei tedeschi. Ma non voglio addentrarmi in problemi di responsabilità giuridica o violazioni del diritto per quanto riguarda l’applicazione della rappresaglia. Nel pomeriggio, ci sarà chi, meglio di me, potrà esprimersi su questo aspetto. Quello che mi preme qui sottolineare, invece, è proprio l’esistenza di questo disegno.
Basti pensare, ad esempio, che, in un altro contesto, in una situazione completamente diversa, fino a quel momento, i tedeschi non ordinano né eseguono alcuna fucilazione in Milano. Se noi pensiamo al mese di novembre, quando comincia ad avviarsi duramente l’attività della prima organizzazione gappista, i tedeschi non reagiscono; non solo non reagiscono, ma, dopo l’uccisione di due ufficiali in pieno giorno in Corso Buenos Aires, fanno pubblicare un annuncio sul Corriere della Sera in cui comunicano che, se non ci saranno perturbamenti all’ ordine pubblico, il coprifuoco verrà posticipato di un’ora, dalle dieci alle undici di sera, come se la situazione fosse normalissima. È evidente, allora, questo cambiamento di una politica che cerca nei mesi della massimizzazione dello sfruttamento della produzione, che cerca di non calcare la mano, tant’è che quando i fascisti eseguono le loro fucilazioni di rappresaglia, dopo la morte del segretario federale Aldo Resega, i tedeschi sono contrari. Ma, con giugno, si apre una fase completamente nuova; con giugno, c’è la più che concreta eventualità di dover evacuare Milano al più presto possibile e improvvisamente. Milano è un centro, uno snodo strategico per la ritirata delle truppe tedesche in Liguria, in Piemonte e la città deve essere tenuta tranquilla.
Le fucilazioni che si susseguono, che trovano il loro culmine in quella di piazzale Loreto, hanno questo scopo: spezzare quelle che i servizi informativi tedeschi segnalano essere la solidarietà, i consensi, la simpatia crescente della popolazione, in particolar modo nel mondo operaio, nei confronti della Resistenza, isolarla, giocando sulla tutela dell’incolumità dei cittadini. È un’operazione che riesce solo in parte; non dobbiamo negarci che, purtroppo, i tentativi di mobilitare la classe operaia nelle fabbriche all’indomani con manifestazioni, scioperi di protesta, riescono molto debolmente, soltanto parzialmente. Lo stesso striscione che viene issato alla Pirelli con il nome di Libero Temolo, in realtà, viene issato da due gappisti del distaccamento Capettini. Tuttavia, dopo piazzale Loreto, non ci sarà la prosecuzione di questa politica del terrore perché essa solleva delle conflittualità con le autorità fasciste: il prefetto e capo della provincia Parini, già per altro, in urto con l’amministrazione tedesca, si dimetterà.
Questa politica del terrore danneggia quei tentativi che vengono avviati da Parini e dalle autorità fasciste, come ci diceva prima Ganapini. Allo stesso modo, il fronte si viene stabilizzando ed è vero che verso i primi di agosto scatterà l’ offensiva contro la linea verde o gotica -chiamiamola come volete- ma è anche vero e tutti sappiamo che, grazie alla straordinaria abilità di Kesselring e dei comandanti tedeschi nello fruttare la morfologia del terreno, e grazie anche agli errori compiuti dai comandi anglo-americani, ben presto questa azione si arenerà.
Piazzale Loreto rimarrà come una ferita dell’anima e della coscienza civile di Milano, e non solo della città, ma dell’intera Resistenza. Basti pensare che nel pomeriggio del 28 aprile del ’45, quando, da viale Certosa, entrano in Milano le colonne dei partigiani valsesiani e ossolani, giunti per la liberazione di Milano, ma attardatisi per i combattimenti che hanno dovuto affrontare, prima di convergere su piazza del Duomo, dove ci sarà questa prima, grande manifestazione con i comizi della nuova Italia Libera, viene fatto questo lungo giro, questa lunga deviazione di tutta la colonna partigiana proprio per passare per piazzale Loreto e rendere omaggio ai quindici martiri e, meno di ventiquattr’ore dopo, sullo stesso selciato dove erano stati esposti i cadaveri dei fucilati, si ritroveranno i cadaveri di Mussolini, della Petacci e di quindici tra gerarchi e appartenenti al suo seguito. Esattamente quindici, come i quindici erano stati i fucilati.


 Trascrizione Risposta del prof. Gigi Borgomaneri ai quesiti posti sul tema oggetto della sua relazione:
"La strage di piazzale Loreto" ed in particolare  sul ruolo di Theodor Saevecke.

La carriera del signor Saevecke credo che sia più illuminante per quel che riguarda il dopoguerra piuttosto che prima.
Prima, il signor Saevecke è un nazista convinto fin dalla tenera età di quindici anni. Sono gli anni del primo dopoguerra della Germania, le turbolenze sociali, il nazismo nascente, e prosegue coerentemente. Dopo un breve periodo nella marina mercantile -anche Saevecke doveva sbarcare il lunario- entra poi nella polizia tedesca, nella polizia criminale, prosegue la sua brava carriera.
Nel ’39, all’invasione della Polonia, viene mandato laggiù, -tra l’altro è interessante notare come il signor Saevecke avesse una memoria strepitosa ma, poi, con improvvisi vuoti, che corrispondono sempre a settimane o mesi critici in cui gli avviene qualcosa. Saevecke ammetteva di essere stato inviato in Polonia proprio subito, nei primi giorni dell’aggressione alla Polonia, a Postdam, cioè, lui diceva di essere arrivato a novembre, non a settembre. Poi, si scopre che a novembre viene sciolto uno dei corpi speciali di polizia [l’Einsatzkommando, ndr], dediti alla caccia agli ebrei e ai primi resistenti. Guarda caso strano, Saevecke data il suo arrivo in Polonia a fare il poliziotto -anzi, lui diceva che si sarebbe addirittura occupato di traffico stradale- arriva proprio quando viene sciolta questa unità speciale. In realtà, invece, ci arrivò quando questa unità speciale lavorava e funzionava a pieno ritmo.
La stessa cosa accadde, di lì a poco, quando viene inviato in Tunisia, insieme a quello che sarà poi il suo superiore anche a Milano, il colonnello Walter Rauff. Anche in Tunisia Saevecke sostiene di essere arrivato circa una ventina di giorni, un mese dopo che si è chiusa l’operazione di rastrellamento degli ebrei tunisini, alla quale, invece, partecipa bellamente; e non partecipa soltanto, ma fa anche il ladrone perché sono stati trovati due testimoni sopravvissuti, che oggi vivono a Parigi, due ebrei tunisini, che se lo son visti arrivare a casa. Uno addirittura ha visto Saevecke arrivare con un camion e portarsi via un pianoforte; all’ altro, nonostante il suo antisemitismo, porta via due preziose menorah. Il genero di Saevecke, per altro, separato dalla figlia, diceva che Saevecke conservava sul camino di casa una menorah preziosissima –va a sapere, poi, se era una delle due.
Ma perché vi racconto questi particolari? Per dirvi -ma non riguardava solo Saevecke-, che le malefatte di buona parte di questa gente, non nascevano soltanto da una coerenza ideologica, un’ideologia che sappiamo basata sul sangue, la razza, la violenza eccetera, ma erano anche, detto brutalmente, degli emeriti farabutti, degli approfittatori, dei ladri.
Quando l’Africa viene abbandonata, Saevecke viene trasferito a Milano insieme a Walter Rauff, e diventa praticamente il comandante interprovinciale della polizia di sicurezza a Milano. Il 30 aprile [’45] si consegna agli americani, viene inviato in un campo di concentramento nei pressi di Rimini, dove sono rinchiuse tutte le SS, ci fa poco -mi pare- più di due anni, ritorna in Germania e la CIA gli offre di lavorare per gli americani.
In un primo momento, Saevecke rifiuta, poi, accetta e per due, tre anni lavora per la CIA finché, nel ’51/’52, rientra nella polizia. Avrebbe voluto occuparsi soltanto di crimini, dirà lui. In realtà, vista la sua esperienza pregressa -è come il maiale: non si butta via niente!- e visto che era stato tanto bravo, è obbligato, quasi costretto, a entrare nella polizia politica. Diventa, niente meno, che il vice direttore dei servizi di sicurezza e di controspionaggio.
Nel ’53, il suo nome appare anche sulla stampa italiana ma tutto finisce in nulla. Nel ’63, esplode un altro scandalo, il suo nome riappare, il ministero tedesco nega che abbia avuto dei trascorsi nazisti; poi li ammette, dicono che Saevecke è stato collocato in pensione, ma non era vero nulla: Saevecke si pensionerà agli inizi degli anni 70. Negli anni del dibattito e dello scandalo sui giornali [del ’63] viene soltanto allontanato dal suo ufficio e posto in un altro. È emblematica la sua storia, perché è la storia del riciclaggio, in funzione anticomunista, non tanto del personaggio ma di un bagaglio di esperienze, di una serie di conoscenze che, nel clima della guerra fredda, gli anglo-americani o meglio l’ occidente credeva di poter riutilizzare.
Focardi e Pezzino credo che potrebbero farvi una lunga lista di questi personaggi che non troviamo soltanto nella polizia ma anche nei ministeri, nella magistratura: questa è stata la storia della Germania nel dopoguerra ma anche una storia europea. Come da noi. In fondo, il buon Guido Leto, direttore dell’OVRA, è diventato dopo la liberazione il direttore tecnico della scuola di polizia.