NON DIMENTICATE. PIAZZALE LORETO 10 agosto 1944


Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento del prof. Paolo Pezzino

Prof. Paolo PezzinoLe stragi nazifasciste in Italia

prof. Paolo Pezzino, docente di Storia Contemporanea - Università Statale degli Studi di Pisa

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youtube-logo-full colorRelazione



youtube-logo-full colorRisposta del prof. Paolo Pezzino ai quesiti posti sul tema oggetto della sua relazione: "Le stragi nazifasciste in Italia" in particolare sulla differenza tra stragi e rappresaglie.


youtube-logo-full colorSeconda risposta del prof. Paolo Pezzino ai quesiti posti sul tema oggetto della sua relazione: "Le stragi nazifasciste in Italia" in particolare sulla differenza tra stragi e rappresaglie.







Trascrizione relazione

Abbiamo già sentito nella relazione di Borgomaneri il problema della rappresaglia. Neanch’io voglio entrare nel merito giuridico di questo problema, parlo dal punto di vista storico. Di solito queste stragi sono chiamate rappresaglie; ebbene, cominciamo a dire che non è vero, almeno, nella maggior parte dei casi. Cito un esempio: una decina di anni fa abbiamo fatto un primo censimento di questi episodi in Toscana, la regione che, insieme all'Emilia-Romagna, è la più colpita. Ebbene è risultato che su 229 episodi con almeno due vittime e 3.824 persone uccise, la rappresaglia, intendendo per tale una risposta chiara, definita, nel tempo e nello spazio, a una specifica azione armata condotta dai partigiani (1), ebbene, in Toscana, solo trentasette (2) dei 204 episodi commessi da truppe tedesche può essere considerato una rappresaglia; e solo il diciassette per cento delle vittime sono cadute in episodi di rappresaglia. È chiaro, quindi, che quando parliamo di violenza contro civili disarmati non dobbiamo usare il termine rappresaglia. Sono altre le motivazioni di queste stragi e di questo comportamento. Innanzi tutto, vi è una motivazione di vera e propria vendetta nei confronti della popolazione civile. Lo storico tedesco, autore di uno dei più importanti libri sulle stragi, Gerhard Schreiber ha intitolato il suo libro «La vendetta tedesca», intendendo per vendetta tedesca la realizzazione di una strategia di punizione della popolazione civile italiana, considerata infida e traditrice.
È l’idea del c.d. secondo tradimento, essendo il primo quello che gli italiani avevano perpetrato, dal punto di vista tedesco, nella prima guerra mondiale; e il secondo tradimento è l’armistizio. In effetti, ad esempio, le stragi che colpiscono il Mezzogiorno d’Italia dai giorni dell’armistizio fino alla stabilizzazione rapida del fronte lungo la linea Gustav, solo in parte sono causate da una resistenza della popolazione civile alle politiche di depredazione delle risorse che i tedeschi attuano sul territorio.
In parte, sono vere e proprie stragi punitive che, molto spesso, vengono innescate da una violenza del tutto gratuita, per esempio, una violenza nei confronti delle donne con episodi di stupro che provocano la reazione della popolazione civile e il conseguente massacro. In effetti, questo è significativo perché, se si localizzano le stragi -e come vedremo, vanno localizzate, soprattutto, nella fase più attiva della Resistenza-, nel Sud, questa Resistenza, che pure c’è (basta pensare alla quattro giornate di Napoli), non assume certo l’aspetto di una Resistenza organizzata come quella che possiamo trovare a partire dall’Italia Centrale e, soprattutto, in Italia Settentrionale. Quindi, si tratta di strategie punitive di vendetta, si tratta di strategie terroristiche (3) nei confronti della popolazione civile, connesse, queste sì, alla necessità di combattere la Resistenza armata.
Il rapporto tra popolazione civile e Resistenza è ben individuato da parte delle autorità tedesche che, del resto, hanno alle spalle le strategie repressive adottate per combattere la resistenza sul fronte orientale sia in Russia, sia nei Balcani. I tedeschi sanno benissimo che una formazione partigiana, che si muove in un’ area di montagna o di campagna, ha bisogno comunque dell’appoggio della popolazione civile (4) per una serie di necessità logistiche, a partire dal cibo per arrivare anche a livello di informazione e, senza quell’appoggio, non va da nessuna parte (5). Si decide, allora, di intervenire con forza bruta sulla popolazione civile per terrorizzarla e impedire ogni rapporto con le formazioni partigiane. Quindi, sono strategie del terrore, strategie della terra bruciata che, però, non vengono attuate sempre e in qualsiasi circostanza. Tuttavia, se è vero che le stragi si distribuiscono sul territorio nazionale per tutto il tempo dell’occupazione tedesca, è anche vero che, dal punto di vista dell’intensità di questa strategia del terrore, il tempo del massacro può essere identificato da alcune circostanze. Innanzi tutto, dalla vicinanza del fronte: più il fronte è vicino e più esso è instabile, maggiormente la presenza di popolazione di partigiani viene considerata dai tedeschi una presenza pericolosa e intollerabile. E questo spiega perché in alcune situazioni, come, per esempio, a Monte Sole, ove c’era una banda partigiana -la formazione Stella Rossa- fin dai primi giorni dopo l’8 settembre, tollerata dai tedeschi che sapevano benissimo di questa presenza partigiana. Essa, però, diventa intollerabile nei mesi di settembre, quando si combatte a pochi chilometri da Monte Sole e gli alleati tentano, senza successo, di sfondare la linea gotica per liberare Bologna prima dell’inverno. In questi combattimenti, a questo punto, diventa assolutamente necessario, indispensabile per i tedeschi, garantirsi la sicurezza delle immediate retrovie del fronte. Ed ecco che così si distolgono appunto, in pieno combattimento, alcune migliaia di soldati per operare, nel giro di due, tre giorni quello che è il più grosso massacro indiscriminato di civili commesso dai tedeschi in Europa Occidentale. Vi ricordo, all’incirca, 775 tra donne, bambini e anziani uccisi. Quindi, la vicinanza col fronte è uno di questi motivi; l’altro motivo è determinato anche da momenti di relativa calma nei combattimenti, in cui i tedeschi si possono dedicare a operazioni di rastrellamento di partigiani che, però, assumono il carattere di uccisione di civili. Molto più comodo, per le truppe tedesche, sterminare la popolazione civile di un comune, che viene considerato centrale rispetto alla dislocazione delle formazioni partigiane, piuttosto che andare a cercare i partigiani sui monti, dove, notoriamente, i partigiani hanno il grosso vantaggio di conoscere la zona che ai tedeschi manca.
Questa è, p.e., la dinamica della strage di Sant’Anna di Stazzema: siamo al 12 di agosto, il fronte si è fermato lungo la linea dell’Arno dai primi di agosto, si rimetterà in moto solo a fine agosto, primi di settembre. La 16a divisione SS Panzer Grenadier, quella comandata dal generale Simon, alla quale appartiene anche la famigerata formazione esplorante di Walter Reder, viene destinata a una serie di ripuliture del territorio tra l’Arno e la linea gotica ancora in costruzione,  una fascia di circa 70/80 chilometri, che partiva da Montignoso. Nel corso dell’operazione, che si effettua dal 7 di agosto alla fine del mese, si concentrano alcune delle stragi più atroci, più indiscriminate di popolazione civile.
Tutti poi conoscete ormai il nome di Sant’Anna di Stazzema, ma località lì vicine come Bardine San Terenzo, Balla, Vinca sono teatro di operazioni simili a quelle di Sant’Anna di Stazzema, anche se si risolvono con un minor numero di morti. E non è un caso che questa strategia terroristica si situi soprattutto in quella fase che si apre con la liberazione di Roma e che vede i mesi di giugno, luglio e agosto caratterizzati da un invito esplicito da parte dei comandi alleati alla resistenza, ai patrioti che operano tra Roma e la linea gotica, a una sorta di prova generale di insurrezione, nell’ipotesi che sia possibile, appunto, arrivare a Bologna e alla pianura padana prima dell’inverno.
È il momento di massima intensità della Resistenza, quello in cui essa raggiunge il massimo numero di persone: 50/60 mila circa sono i combattenti nell’estate del ’44.
È il momento in cui i tedeschi, con una strategia mirata perché -vorrei chiarire- non si tratta di eccessi di singole formazioni ma vi è un sistema di ordini che promana direttamente da Kesselring, il feldmaresciallo che coordina la lotta alle bande nelle zone di guerra e del fronte.
Ed è il momento in cui concentra il massimo numero di stragi. Quindi, dobbiamo riconoscere in qualche misura a queste stragi una loro razionalità strumentale. Si parla di barbarie, certo, uccidere donne e bambini è un atto barbaro ma non dobbiamo considerare la barbarie come una sorta di sadismo innato nelle truppe tedesche. Lo stesso fatto che alle stragi partecipino non solo truppe SS, comandate da ufficiali fanatici, ma a volte anche reparti regolari della Wermacht, dimostra che si tratta di una strategia adottata consapevolmente e bisogna riconoscere che, dal punto di vista tedesco, ha i suoi effetti. Ecco, questa è un po’ la problematica delle stragi; poi, dopo la fine dell’estate, il fronte si stabilizza e anche l’epoca dei grandi massacri indiscriminati in qualche misura viene sorpassata per riprendere i massacri di civili nell’ultima fase della guerra, in quelli che noi storici chiamiamo i massacri dell’ultima ora, commessi nel corso della ritirata. Ricordo che l’ultimo massacro avvenuto sul suolo italiano è quello di Stramentizzo di Molina di Fiemme, in provincia di Trento, compiuto da un reparto di SS in ritirata, che si era rifiutato di riconoscere la resa firmata dal generale Wolf, cioè dal comandante delle SS e che l’8 di maggio uccide una quarantina di civili in queste due valli. Ma, ripeto, è una fase ancora diversa.

Note
1 Esempio classico, l’azione gappista di via Rasella e la rappresaglia delle Fosse Ardeatine.
2 Pari al diciotto per cento.
3 Termine già utilizzato, correttamente, da Borgomaneri.
4 Non è questa la sede in cui discutere il problema storiografico se quest’appoggio sia generalizzato oppure, in qualche misura, ottenuto con la persuasione o, a volte, anche con la forza.
5 La situazione di una formazione partigiana di città, a maggior ragione, se partecipa alla lotta gappista, che ha caratteristiche di clandestinità più strette, è completamente diversa, come giustamente ha sottolineato Borgomaneri.




Trascrizione risposte

ai quesiti posti sul tema oggetto della sua relazione: "Le stragi nazifasciste in Italia"
in particolare:
1) Sulla differenza tra stragi e rappresaglie;
2) Sul t
ribunale antinazista
3)
Anche i repubblichini l’hanno fatta franca

4) Illustrare il progetto di atlante delle stragi

Io non voglio contrapporre rappresaglia a strage. Ciò che ho detto è che alcune stragi sono rappresaglie, intendendo per rappresaglia -non da un punto di vista giuridico ma da un punto di vista storico- una reazione precisa e concreta degli occupanti tedeschi a una specifica azione militare partigiana.
Ho citato il caso delle Fosse Ardeatine, potrei citare il caso della strage di Guardistallo in provincia di Pisa, che è stata la prima di cui mi sono occupato. L’ antefatto, avvenuto il 29 giugno ’44, è uno scontro, per altro fortuito, tra una pattuglia partigiana e una pattuglia di tedeschi in ritirata, in cui viene ucciso un tedesco. I tedeschi si fermano e uccidono circa cinquanta civili presi a caso nei poderi accanto al luogo dello scontro. Il 30 di giugno, poi, arriveranno gli americani.
Questa è una rappresaglia: non voglio dire che sia legittima o meno. Voglio dire che ha una sua giustificazione in una risposta punitiva nei confronti di una precisa azione partigiana. Ma, ciò che volevo dire è che, nel caso delle stragi più gravi, di quelle eliminazioniste, noi non troviamo una specifica azione partigiana alla quale i tedeschi rispondono con la strage.
Non la troviamo a Monte Sole, dove negli ultimi giorni prima della strage la formazione partigiana presente, la Stella Rossa, non era stata particolarmente attiva, semplicemente perché si aspettava che gli americani e gli inglesi arrivassero nel giro di qualche giorno a liberare Monte Sole. Non la ritroviamo nel padule di Fucecchio, che è forse la strage indiscriminata più grave commessa da un reparto regolare della Wermacht, dove semplicemente si decide di rastrellare il padule perché in quelle zone dovrà ritirarsi e passare un divisione corazzata tedesca in ritirata. Il comandante è il generale Krassen che non a caso veniva dall’Est e che, oltre tutto, per arrivare a Fucecchio aveva anche subito un attentato partigiano sull’Appennino tosco-emiliano. Sapendo, per informazioni vaghe, che lì vi era una forte presenza partigiana, cosa tra l’altro non vera, egli decide di far ripulire il territorio e, anche lì, vengono uccise centinaia di donne e bambini.
Queste non sono rappresaglie: sono appunto strategie del terrore e di terra bruciata. Ecco, era questo che volevo dire: bisogna stare attenti a definire le stragi rappresaglie; anche perché, così facendo, si fornisce quasi una giustificazione: eh, va bene, l’hanno fatto ma era una rappresaglia; se i partigiani stavano fermi e buoni, non succedeva niente. Ecco, in realtà, quello che i tedeschi volevano impedire, nella maggior parte dei casi, era la possibilità stessa di un’azione di guerra partigiana. Non era la reazione a singoli episodi, per cui, poi, si innesca la discussione se l’episodio era opportuno o no -il dibattito su via Rasella, da questo punto di vista è significativo- ma era la possibilità stessa di una guerra partigiana che i tedeschi volevano impedire con la strategia del terrore.
Volevo poi dire due cose sui temi che ha trattato Focardi.
Indubbiamente il grosso merito di Focardi e di Klinkhammer, che ha lavorato con lui, è stato quello di stabilire il collegamento tra i criminali [di guerra] italiani non processati e quelli tedeschi. Aggiungerei, però, un elemento più generale, relativo alla cultura giuridica dell’epoca: le perdite di civili venivano considerate dai militari di entrambi i fronti un fatto collaterale inevitabile in qualsiasi guerra. Quindi, tutto sommato, visto che questi processi venivano portati avanti dalla magistratura militare dell’epoca, vi era anche una sottostima, una sottovalutazione del carattere terroristico di queste stragi.
È significativo l’atteggiamento del generale Alexander che, prima quando era comandante in capo delle truppe alleate in Italia, nel giugno del ’44, invita i partigiani a insorgere e a colpire i tedeschi anche a tradimento, anche alle spalle. Poi, quando Kesselring viene processato a Venezia da un tribunale militare alleato e condannato a morte, dal Canada dov’era governatore, manda un telegramma al primo ministro inglese per dire che, per carità, Kesselring aveva combattuto in maniera dura ma pulita e onesta in Italia e che, quindi, lui era assolutamente contrario a questi processi. Qui non c’è solo una ragione di stato, che pure c’è ed è intervenuta: l’anticomunismo; c’è un problema culturale, cioè, questi soldati erano stati protagonisti della guerra più tragicamente totale che il mondo avesse vissuto fino ad allora. Figuratevi che cos’era per loro qualche migliaio di civili uccisi in azioni -chiamiamole così- di rappresaglia o di terrore. Gli Alleati avevano teorizzato, soprattutto gli inglesi, i bombardamenti terroristici sulle popolazioni civili; quindi, tutto sommato, finita la guerra, non c’è più alcun bisogno di portare avanti questi processi. Dopo di che, ovviamente, nel caso specifico italiano, perché le autorità italiane non li giudicano ce l’ha detto Focardi.
Infine, due altre cose rapidissime prima di parlare dell’atlante.
Sul tema della carriera degli ex nazisti.
È un tema generale ed è il tema della continuità dello Stato, prima nazista o fascista, poi, Repubblica Federale Tedesca o Repubblica Italiana. A metà degli anni cinquanta, mi pare, la data esatta non la ricordo, scoppia in Germania un forte scandalo perché si scopre che il consigliere giuridico di Adenauer era stato l’autore del principale commentario delle leggi razziali, pubblicato in Germania dopo le leggi di Norimberga, che veniva utilizzato ampiamente in tutti gli uffici del Reich hitleriano. Poi, questi diventa il consigliere giuridico di Adenauer e, scoppiato lo scandalo, il cancelliere lo deve allontanare. Ma, insomma, il caso Saevecke è un esempio della continuità.
Del resto, troviamo la stessa continuità nel caso dei tribunali italiani: se noi vediamo certe sentenze della Cassazione italiana sull’applicazione dell’amnistia Togliatti, in cui si andava a definire che cos’era «reato particolarmente efferato», -vi ricordo che i reati particolarmente efferati venivano esclusi dall’amnistia- si sosteneva che certe torture, come strappare le unghie o violentare una donna in gruppo, non erano reati particolarmente efferati. È chiaro che sono cose che si giustificano, si spiegano solo con la continuità tra la magistratura in epoca fascista e la magistratura repubblicana.
Brevemente sul perdono e sulla memoria.
Sulla memoria sono d’accordo: parliamo più di storia e meno di memoria, per favore, perché, se no, la memoria diventa semplicemente l’esaltazione acritica del testimone. Ora, il testimone è importante, porta una sua esperienza, una sua sofferenza personale; ma, oltre all’emozione di sentire un testimone, vogliamo anche che i nostri giovani capiscano che cos’è successo: e allora, se non si studia la storia non si capisce nulla. Quindi, memoria va bene, ma accompagnata dallo studio della storia.
Sul perdono, non solo sono d’accordo con quello che dice Fogagnolo, ma aggiungerei un’altra cosa. Il perdono, che è un diritto individuale, si può concedere solo a chi manifesta un pentimento. Ora, in realtà, proprio i processi, che i nostri magistrati qui presenti hanno condotto, dimostrano che il pentimento è una merce molto rara, da trovare negli ex nazisti, oggi vecchietti ormai ottantenni, novantenni, descritti a curare amorevolmente il loro giardino. Però, quando parlano di quello che hanno commesso allora, sono molto pochi quelli che dicono: sì abbiamo commesso dei crimini, magari ero giovane e inserito in una struttura totalitaria… Insomma, quasi nessuno rinnega quello che ha fatto. Quindi, stiamo molto attenti.
Infine, sull’atlante, penso che ne riparlerà il presidente Smuraglia nel suo intervento nel pomeriggio.
È un progetto che l’ANPI nazionale, insieme con l’INSMLI e alla rete degli istituti storici della Resistenza, sta portando avanti con finanziamenti, che derivano dalla Repubblica Federale Tedesca, nell’ambito di alcune raccomandazioni, che erano state esposte dalla commissione storica italo-tedesca.
Devo dire che trovo abbastanza incredibile che le autorità italiane se ne stiano lavando le mani, come se poi la cosa non riguardasse anche l’Italia. I finanziamenti ci sono e sono consistenti, ma non sono enormi e abbiamo difficoltà a portare avanti il progetto di una schedatura precisa di tutti gli episodi di violenza sui civili, intendendo per civili persone inermi, disarmate. Quindi, per esempio, i quindici di piazzale Loreto rientrano perfettamente nel progetto.
Ma, poi, ci troviamo in difficoltà, solo con quei fondi lì, a fare una schedatura delle violenze individuali, che molto spesso sono una catena di violenze, situate in una determinata fase. Però, insomma, alla fine del progetto, dovremmo saperne di più.
Abbiamo visto che noi parliamo di stragi, ma si tratta di momenti diversi, di episodi diversi, di connotazioni diverse, anche di fasi diverse. Vorremmo censire non solo le vittime ma, se possibile, anche i perpetratori e, alla fine, col progetto biennale su questo tema, dovremmo sapere più di quanto sappiamo oggi: pensate che non sappiamo neanche, effettivamente, quanti sono i morti. La cifra ufficiale del governo italiano parla di circa diecimila vittime, ma è molto sottostimata: noi pensiamo che siano quindicimila e, forse, anche di più.
Il progetto è partito e speriamo di poterne riparlare tra due anni con dati molto più precisi. Tra l’alto anche altre persone a questo tavolo ne sono coinvolte: Borgomaneri, infatti, sta coordinando il gruppo di ricercatori lombardo e milanese.