NON DIMENTICATE. PIAZZALE LORETO 10 agosto 1944


Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento Dott. Pier Paolo Rivello

Dott. Pier Paolo RivelloIl processo Saevecke, la partecipazione della città alla strage e la memoria storica dell’evento

dott. Pier Paolo Rivello, Presidente del Tribunale Militare di Sorveglianza di Roma, già pm del Tribunale Militare di Torino nel processo per la strage di piazzale Loreto

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Trascrizione relazione

In relazione a questa tematica, concernente l’eccidio perpetrato a  Piazzale Loreto il 10 agosto 1944, che spezzò la vita di quindici italiani, occorre in primo luogo sottolineare un dato fondamentale. Bisogna cioè osservare  immediatamente che, secondo logica, il processo relativo ad una vicenda così efferata e significativa avrebbe dovuto essere celebrato senza alcuna dilazione temporale, subito dopo la cessazione del secondo conflitto mondiale. Fu invece necessario attendere oltre cinquant’anni prima di poter pervenire all’ instaurazione di un’inchiesta al riguardo ed alla successiva condanna del responsabile di questa strage.
Le motivazioni dell’incredibile ritardo nella celebrazione di questo, come degli altri processi  per i crimini perpetrati dalle forze nazifasciste nel nostro Paese vennero esplicitate da una Relazione approvata in data 23 marzo 1999 dal Consiglio della Magistratura Militare, e cioè dall’organo di autogoverno di tale magistratura speciale, che ricostruì l’avvenuto rinvenimento, avvenuto nel 1994, di centinaia di fascicoli relativi a crimini di guerra, “insabbiati” per decenni.
La predetta Relazione permise di far luce su una vicenda a dir poco inquietante nel contesto della nostra storia giudiziaria, rappresentata dal rinvenimento, per circostanze fortuite, di un archivio conservato all’interno di un armadio chiuso a chiave, dimenticato da anni, e posto in un locale della Procura Generale presso la Corte militare di appello.
Nella Relazione si parla di «un armadio di legno con le ante rivolte verso una parete» (onde rendere impossibile la sua apertura), situato in «uno stanzino interno, chiuso da un cancello di ferro con grata». L’archivio conteneva un impressionante numero di fascicoli (circa duemila) relativi a crimini di guerra; alla luce di quanto emerge dalla Relazione almeno un terzo degli incartamenti «risultava piuttosto corposo, in quanto la notizia di reato era corredata da accurati atti di indagine di organi di polizia italiani, o di Commissioni alleate anglo-americane»; un ulteriore terzo «era costituito dalla denuncia con qualche verbale di informazioni testimoniali», mentre «i rimanenti atti si componevano infine della sola denuncia di reato, nella quasi totalità dei casi ben circostanziata».  
L’Autorità giudiziaria non aveva compiuto, nel corso degli anni, nessuna indagine al riguardo; dalla Relazione emerge che non si era neppure provveduto a far tradurre in italiano i verbali a suo tempo redatti dalle commissioni anglo-americane. I fascicoli recavano la dicitura «provvisoria archiviazione», apposta dalla Procura Generale militare presso il Tribunale Supremo militare, organo poi soppresso a seguito della riforma operata dalla L. 7 maggio 1981 n. 180. Infatti, sulla base di un testo ciclostilato, erano stati predisposti centinaia e centinaia di “provvisorie archiviazioni”, tutte datate 14 gennaio 1960, il cui contenuto era il seguente: «Letti gli atti relativi … ; poiché nonostante il lungo tempo trascorso dalla data del fatto non si sono avute notizie utili per l’identificazione dei loro autori e per l’ accertamento delle responsabilità; ordina la provvisoria archiviazione degli atti».    
Tali provvedimenti apparivano abnormi  ed oltretutto privi di senso; le “notizie utili” non si erano avute per la semplice ragione che non era mai stato fatto il benché minimo sforzo investigativo per ottenerle.
E’ particolarmente inquietante il fatto che in realtà dopo il 1960 non tutti i fascicoli rimasero a giacere a Roma, giacché tra il 1965 ed il 1968 furono trasmessi alle varie Procure militari territorialmente competenti circa milletrecento fascicoli; peraltro tale trasmissione riguardò solo i fascicoli a carico di ignoti, e dunque quelli meno “scottanti”, in relazione ai quali appariva difficile ipotizzare la possibilità di proficui accertamenti, mentre quelli con indagati noti continuarono a rimanere sepolti nell’armadio della Procura Generale.
Ci si potrebbe domandare per quale ragione questi fascicoli fossero stati “accentrati” a Roma, anziché essere assegnati alle varie Procure militari, territorialmente competenti per territorio. Ciò fu dovuto all’iniziale progetto di celebrare una sorta di “Norimberga italiana”, e cioè un grande processo unitario contro gli autori delle più efferate stragi perpetrate in Italia su ordine dei gerarchi nazisti. In data 2 ottobre 1945 era stata infatti emanata la direttiva in base alla quale «il materiale di informazione già raccolto e quello che perverrà in seguito dalle Questure, dai Comandi dei RR. CC., nonché dai Comitati provinciali di liberazione nazionale … dovrà essere accentrato presso la Procura generale militare». Peraltro, questa iniziativa ben presto decadde, anche a causa dell’evolversi della situazione politica internazionale, con la formazione di due “blocchi” ideologici contrapposti. Si giunse anzi a temere che i processi per crimini di guerra avrebbero potuto incrinare i rapporti tra l’Italia e la Germania, dando vita a situazioni indubbiamente “imbarazzanti”, in quanto alcuni fra i potenziali imputati in detti processi avevano assunto, dopo la fine della guerra, posizioni di primo piano all’interno dell’apparato burocratico del nuovo Stato tedesco, che si era in tal modo dimostrato quantomeno “distratto”, non tenendo conto della precedente aderenza al nazionalsocialismo da parte di molti suoi funzionari e dirigenti.  
Tirando le fila del discorso fin qui sviluppato, occorre ribadire che il procedimento per l’eccidio di Piazzale Loreto rimase “insabbiato” a Roma per decenni, al pari di centinaia di altri; il ritorno alla “normalità” giudiziaria avvenne solo seguito della trasmissione del fascicolo alla Procura militare di Torino, territorialmente competente per territorio. Erano peraltro decorsi, inutilmente, circa cinquanta anni, e molti dei testimoni oculari di questi fatti erano ormai da tempo deceduti.
E’ utile a questo punto verificare le ricadute, a livello di “ricordo storico” della vicenda, derivanti da questo ritardo. Si potrebbe essere tentati di affermare che Il mancato perseguimento giudiziario di questo crimine di guerra, al pari di altri ugualmente perpetrati sul suolo italiano rischiava progressivamente di rafforzare, con il trascorrere del tempo, la falsa impostazione volta a ricondurre quanto era avvenuto nell’ambito delle conseguenze in qualche modo “naturali” di un conflitto e delle sue quasi inevitabili violenze, alla stregua di un’ ineluttabile catastrofe.
In realtà i  parenti delle vittime avevano coltivato per anni la legittima aspettativa di veder finalmente ricostruita giudizialmente la verità dei fatti e la criminosità della condotta di chi aveva ordinato di spezzare il filo di tante esistenze; tuttavia l’inerzia da parte della giustizia italiana aveva poi fatto scemare la speranza che si pervenisse finalmente all’ individuazione ed alla condanna dei responsabili di tale strage;  allo sconforto iniziale era subentrato il rischio di giungere ad una sorta di rassegnazione, tale da rendere via via più flebile la voce volta a ribadire la doverosità di un intervento da parte degli organi giudiziari competenti. In effetti il tempo stende spesso un velo di oblio sulle vicende umane; peraltro in relazione ai fatti di Piazzale Loreto la disumanità e l’efferatezza del massacro rendeva difficile una “cancellazione” della  memoria.
La gente di Milano aveva comunque dovuto patire l’ulteriore affronto derivante dagli esiti vergognosi di un’inchiesta amministrativa farsesca, condotta sul finire degli anni sessanta del secolo scorso dalle autorità tedesche; in tal caso le deposizioni di decine e decine di soggetti, spesso personalmente torturati da quello che veniva già all’epoca ritenuto come il responsabile della strage, e cioè Theodor Saevecke, non erano state ritenute sufficienti neppure per giustificare l’adozione della misura della sospensione dal servizio nei confronti di tale individuo, che all’epoca rivestiva un incarico assai elevato all’interno della polizia di Bonn. Va infatti ricordato che Saevecke, nonostante la sua notoria, pregressa aderenza all’ideologia nazista, successivamente alla caduta del nazionalsocialismo continuò a rimanere inserito all’interno dell’apparato statale tedesco, assumendo, negli anni del dopoguerra, una posizione di spicco, fino a divenire vice capo della polizia politica di Bonn. Fu necessario attendere il 1999 perché si potesse giungere ad una condanna per la strage di Piazzale Loreto. Detta condanna venne infatti emessa dal tribunale militare di Torino in data 9 giugno 1999, a seguito della richiesta in tal senso da me formulata, nella veste di Procuratore militare di Torino. La dimostrazione della colpevolezza di Saevecke fu resa possibile grazie il rinvenimento, ad opera dei consulenti tecnici nominati dalla Procura militare, di importante materiale archivistico, contenuto presso il Public Record Office di Londra ed il Bundesarchiv-Militärarchiv di Friburgo. Il procedimento relativo all’eccidio di Piazzale Loreto ha evidenziato, attraverso la documentazione raccolta, rappresentata in parte anche da circolari, messaggi e direttive emanate da funzionari della R.S.I, come l’ideazione della strage di Piazzale Loreto sia ascrivibile direttamente ai vertici tedeschi operanti in Italia. Appare emblematica e particolarmente degna di nota la situazione che emerge dal “Promemoria urgente per il Duce”, e cioè dalla comunicazione, che è stata prodotta in occasione del processo, inviata dall’allora prefetto di Milano, Parini, a Benito Mussolini, e nella quale il Parini lamentava di essere stato tenuto del tutto all’oscuro circa la decisione della strage.  
Nella missiva il Parini affermava, in sostanza, di non essere più in grado di incidere su quanto stava accadendo a Milano; del resto proprio l’acquisita consapevolezza di essere ormai solo più un “fantoccio” rispetto ai volere dell’alleato germanico lo avrebbe indotto, da lì a poco, a dimettersi dalla carica.
Indubitabile, da questo punto di vista, risulta il latente dissidio tra il Parini ed il comandante della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana), colonnello Pollini. Il prefetto aveva affermato di non comprendere per quale ragione il Pollini avesse accettato di offrire i miliziani della Legione “Muti” come “manovalanza” per la fucilazione di Piazzale Loreto; a queste obiezioni il Pollini replicò osservando che era stato obbligato ad agire in tal modo in quanto una circolare del generale Ricci, comandante generale della GNR, imponeva a tutti gli ufficiale e sottufficiali dipendenti di «considerarsi a disposizione dei comandi tedeschi di piazza per gli impieghi di polizia militare».   
Il processo per i fatti di Piazzale Loreto - che  i parenti delle vittime, i quali fino a quel momento avevano atteso inutilmente, per decenni, che  venisse “fatta giustizia”, hanno vissuto con una straordinaria intensità emotiva, in quanto la sua celebrazione ha permesso di attenuare, anche se non di cancellare, le delusioni del passato - ha avuto plurime valenze e ricadute, tutte molto rilevanti. Basterebbe ad esempio osservare che in questo, come in altri analoghi procedimenti, è possibile individuare anche un risultato indiretto rappresentato dalla “conservazione della memoria” di quei tragici fatti. Gli ultimi testimoni orali di quanto era avvenuto, rendendo le loro deposizioni in qualità di testi, hanno infatti delineato un quadro che, a distanza di anni, sarà prezioso per gli storici, che potranno ricavare dalla disamina delle carte processuali dei dati conoscitivi altrimenti destinati a disperdersi. Al contempo, tutto ciò potrà costituire un baluardo contro possibili tentativi di “revisionismo” falsificazionista, essendo difficoltoso distorcere la realtà dei fatti quando essa sia già stata accertata in sede giudiziale.   
Nello svolgimento dell’inchiesta per i fatti di Piazzale Loreto cercai di far sì che le indagini potessero avvalersi delle indicazioni provenienti dalla ricerca storica, ed in particolare degli apporti specialistici degli esperti in materia (fondamentale ad esempio si è rivelato l’apporto del prof. Luigi Borgomaneri, autore di un importante libro su Saevecke: “Hitler a Milano. I crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo”), onde pervenire ad una ricostruzione della vicenda atta a permetterne un corretto inquadramento nel contesto del più vasto scenario in cui essa si era sviluppata.
Può stupire il fatto che in passato molto raramente, sia  in Italia che  in Germania,  si fosse  pensato di utilizzare la  documentazione rinvenibile in vari archivi europei, ed in particolare presso il Public Record Office di Londra ed il Bundesarchiv – Militärarchiv di Friburgo, al fine di giungere non solo ad una migliore comprensione della dinamica dei numerosi massacri verificatisi sul suolo italiano, ma anche ad una più agevole individuazione dei loro autori.
I documenti raccolti nel corso di questo processo si sono rivelati importanti anche per confermare alcune conclusioni alle quali era già pervenuta una parte della storiografia. L’analisi delle circolari, dei messaggi, delle direttive emanate da dirigenti e funzionari della Repubblica sociale italiana nell’arco temporale in cui venne deliberata e poi eseguita la strage evidenzia come la posizione degli organi della RSI fosse del tutto subordinata e servente rispetto a quella degli apparati nazisti.
Con specifico riferimento all’antefatto ed alle motivazioni della strage il processo Saevecke ha permesso di smentire la tesi, sviluppata da alcuni storici in passato, sulla base di erronei presupposti, secondo la quale l’eccidio andava considerato come una “rappresaglia” nei confronti della morte alcuni militari tedeschi, causata da un attentato avvenuto in Viale Abruzzi; detta rappresaglia sarebbe stata disposta ai sensi del bando Kesserling, in base al quale per ogni tedesco ucciso avrebbero dovuti essere fucilati dieci italiani.
In realtà l’analisi di numerosi documenti acquisiti al processo, tra cui diversi messaggi della GNR, ha evidenziato in maniera inconfutabile che nessun militare germanico perse la vita a seguito dell’attentato di Viale Abruzzi. Tale dato emerge del resto dalla semplice lettura dagli elenchi dei soggetti deceduti in quei giorni.
Il giorno 8 agosto 1944 venne fatta esplodere una bomba su un camion a rimorchio tedesco della Wehrmacht, parcheggiato in viale Abruzzi, all’altezza del numero civico 77; detta esplosione provocò la morte di sei passanti ed il ferimento di altri undici; il conducente tedesco del mezzo, il caporalmaggiore Heinz Kuhn, rimase invece semplicemente ferito, in maniera leggera, alla guancia destra.
Il Comando tedesco decise comunque un duro intervento repressivo.
E’ opportuno ricordare che in quel periodo Saevecke rivestiva la carica di Hauptsturmführer presso l’Aussenkommando di Milano; era dunque il Comandante della polizia e dei servizi di sicurezza, con poteri amplissimi, quasi illimitati, in relazione a tutti i campi della vita sociale ed economica milanese.
Detto ufficiale, non appena a conoscenza dell’attentato di Viale Abruzzi, volle dare immediatamente un “segnale” forte, in segno di ritorsione.
Tale circostanza risultò confermata  già in occasione delle indagini svolte da un’apposita sezione investigativa inglese, dirette ad accertare le responsabilità dei nazisti e dei loro collaboratori in relazione agli eccidi verificatisi in Italia durante la seconda guerra mondiale. Una segretaria di Saevecke dichiarò di aver udito il suo capo, il 9 agosto 1944, dire che era assolutamente necessario operare una rappresaglia per evitare che gli italiani «si mettessero a ridere dei tedeschi».  A sua volta un interprete che aveva prestato servizio all’ Hotel Regina, scelto in quegli anni come sede dell’Aussenkommando di Milano, sostenne che Saevecke si era espresso a favore della necessità di procedere ad una fucilazione in risposta all’attentato avvenuto in viale Abruzzi.
Venne pertanto decisa l’uccisione di quindici italiani, scelti a caso fra ventiquattro detenuti politici “condannati a morte” e rinchiusi a San Vittore nell’ala posta sotto il diretto controllo delle forze tedesche: si trattava di Antonio Bravin, Giulio Casiraghi, Renzo Del Riccio, Andrea Esposito, Domenico Fiorani, Umberto Fogagnolo, Giovanni Galimberti, Vittorio Gasparini, Emidio Mastrodomenico, Angelo Poletti, Salvatore Principato, Andrea Ragni, Eraldo Soncini, Libero Temolo, Vitale Vertemati.
Ai giustiziandi non venne peraltro comunicata la tragica verità; si disse loro che sarebbero semplicemente stati trasferiti e, più precisamente, che sarebbero stati destinati al lavoro in Germania. Prelevati così dal carcere, nel cuore della notte, furono invece portati su luogo ove avrebbe dovuto svolgersi l’esecuzione.
A dire il vero, non si può neppure parlare di una “regolare” fucilazione. Era il 10 agosto del 1944; le vittime, fatte scendere dagli automezzi, alle prime luci dell’alba ebbero finalmente certezza della loro fine imminente (molti peraltro l’avevano già intuita, come emerge da alcuni toccanti addii ai compagni di cella, tra cui quello di Vitale Vertemati ad Ottavio Repetti) e tentarono una fuga disperata, resa inutile dalle raffiche dei militi fascisti. Solo uno, Eraldo Soncini, sanguinante, riuscì ad allontanarsi da Piazzale Loreto; trovato poco dopo, fu crivellato di colpi dai componenti della Muti ed il suo corpo venne gettato nel mucchio degli altri fucilati.    
L’ufficiale tedesco che aveva diretto le operazioni dispose che sui cadaveri fosse apposto un cartello, volto ad indicare le ragioni della loro uccisione; il cartello era firmato “Il Comando Militare Tedesco”.
L’emozione per questo episodio di sangue fu fortissima, e non solo a Milano, ove il capo della provincia, Parini, definì la strage come «un’offesa alla tradizione civile» della città. Si narra che lo stesso Mussolini, informato dell’eccidio e della macabra esposizione dei cadaveri, abbia detto, con una sorta di preveggenza: «Il sangue di Piazzale Loreto lo pagheremo molto caro».