NON DIMENTICATE. PIAZZALE LORETO 10 agosto 1944


Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento del dott. Marco De Paolis

Dott. Marco De PaolisI processi del Centro Italia.
La difficile riconciliazione tra storia e memoria, tra giustizia e vittime

dott. Marco De Paolis, Procuratore Militare presso il Tribunale Militare di Roma, già pm del Tribunale Militare di La Spezia in diversi processi per le stragi del Centro Italia

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 Trascrizione relazione

Mi sono occupato per dodici anni di crimini di guerra avvenuti durante la seconda guerra mondiale nell’area Tosco-emiliana e nelle Marche. Ora sto proseguendo con i crimini commessi all’estero dalla procura militare di Roma. Quando ho ricevuto l’invito a partecipare a questo convegno sono rimasto colpito dai temi che si sono messi insieme: difficile riconciliazione tra storia, memoria, giustizia, istituzioni e vittime.
Qui abbiamo tre approcci: la storia è il fatto, la ricostruzione di quello che è accaduto; la memoria è l’operazione logica che chi ha vissuto quei fatti fa per ricordare quegli eventi; e, poi, la giustizia è quell’attività che dovrebbe qualificare secondo certi canoni quello che è avvenuto.
Questa traccia di riflessione tradisce un problema doloroso in cui io in questi anni mi sono imbattuto spesso. Io sono sicuro che quando il dr Fogagnolo ha scelto questo tema, l’ha scelto perché non ha risolto, lui come centinaia di altre vittime di questi orrendi fatti, il problema del perché; non ha risolto due cose: il primo è la domanda del perché questi fatti sono avvenuti e la seconda, ancor più inquietante, è perché non si riesce a ricordare questi fatti nella loro giusta dimensione.
Ciò è tanto vero che noi, io e il collega Pier Paolo Rivello, siamo qui con il disagio istituzionale di chi rappresenta lo Stato che ha dimenticato per tutti questi anni migliaia di persone. È un problema irrisolto; più mi occupo di queste cose e più mi preoccupo e più mi inquieto -tra l’altro si intuiva anche da quanto ha detto il professor Pezzino quando ricordava l’ atteggiamento degli Alleati nei confronti di questi fatti: finché si è in guerra, tutto è concesso; dopo si comincia a distinguere, si comincia a ragionare e allora le valutazioni cambiano in funzione della ragion di Stato e in funzione della politica.
Allora abbiamo una sorta di dicotomia che noi giuristi vediamo: da un lato, siamo di fronte a una profonda ingiustizia, a crimini che sono esageratamente gravi e apparentemente facili da giudicare in certo modo; sembrerebbe scontato, è la cosa più semplice del mondo per un giudice: condannare il colpevole che ha ucciso centinaia, migliaia di donne, bambini, persone indifese o inoffensive, come ha scritto Silvia Buzzelli in un bel saggio.
Sembrerebbe la cosa più facile, ma questa cosa invece diventa drammaticamente difficile perché c’è qualcosa che si frappone e impedisce incredibilmente di arrivare a questa valutazione. In Italia, noi abbiamo dovuto aspettare settanta anni per avere un briciolo di giustizia su Cefalonia, sessanta anni per avere un briciolo di giustizia per Sant’Anna di Stazzema, per Marzabotto, per Civitella, cinquantacinque anni per avere un briciolo di giustizia per piazzale Loreto.
Eppure, una stragrande porzione di ingiustizia è rimasta tale perché centinaia e centinaia di questi fatti sono rimasti senza un perché, senza un nome e un colpevole, a causa di un atteggiamento della giustizia abbastanza schizofrenico: da un lato si stabiliscono dei principi e delle regole; poi, però, quelle regole vengono svotate di contenuti.
Ripeto, è paradossale ma in tutti i processi che sono stati avviati dagli Alleati nel primo dopoguerra che hanno visto la  condanna dei più importanti ufficiali nazisti che avevano compiuto crimini in Italia, il feldmaresciallo Kesselring, il generale Simon, il generale Tensfeld e tanti altri, ebbene tutti i condannati tranne uno soltanto, un caso isolato, hanno beneficiato di commutazioni di pene che li hanno liberati dopo sette, otto, al massimo dieci anni.
Ma non ci si libera di questo problema, perché dopo settanta anni noi continuiamo a celebrare processi per soggetti che rivestivano gradi molto inferiori a quello di generale. L’ultimo soggetto condannato per crimini di guerra dal Tribunale Militare di Roma è stato un caporale, Stork, per la strage di Cefalonia. Una differenza fondamentale rispetto a chi aveva incarichi di comando come generali, colonnelli o comandanti di battaglione, con questo paradosso, per il quale noi siamo costretti ancora a inseguire questa specie di fantasmi, persone che hanno più di novanta anni.
Tutto questo perché nessuno Stato, compreso quello italiano, ha mai chiarito questo problema di fondo: che fare di fronte a crimini di guerra? Questi crimini sono veramente situazioni da sanzionare? Se sì, bisogna fare qualcosa. Io credo che il titolo scelto tradisca proprio, magari mi sbaglio, questa domanda, questo dubbio, del perché non si esca da questo dissidio, da questa contraddizione fra l’apparente giustizia, una giustizia formale e un’ingiustizia sostanziale che, nel caso anche della giustizia civile, cioè del risarcimento del danno, si rifugia dietro il paravento dell’immunità dello Stato estero, di fronte al crimine più grande che possa essere compiuto.
Ecco, questo è un paradosso che continua ad agitarci. E infatti la sensazione che il collega Pier Paolo Rivello ha avuto quando diceva che all’inizio delle indagini c’era una sorta di diffidenza da parte dei testi, dei famigliari, delle persone che in qualche modo erano coinvolte, è un problema in cui anch’io mi sono imbattuto molto frequentemente. Io ho interrogato, sono stato a contatto con centinaia di famigliari, di superstiti, di parenti delle vittime.
Nella prima fase delle indagini per la strage di Marzabotto, praticamente non abbiamo avuto quasi alcuna collaborazione, perché ci dicevano: “Cosa siete venuti a fare? Ma cosa volete?” Ed è un atteggiamento molto comprensibile. In tanti, in molti processi - noi ne abbiamo compiuti dicotto tra La Spezia e successivamente a Verona - solo in alcuni casi abbiamo avuto tante parti civili costituite; in molti processi, non ne abbiamo avuto nessuna perché i famigliari hanno evidentemente ritenuto che non ne valesse la pena. Quindi questo rapporto tra la memoria e la giustizia è un rapporto a mio parere molto deficitario nella realtà.
Chiudo con il significato dei processi, una cosa a cui tengo molto e cui ha accennato anche il collega Rivello, prima. Non è facile, apparentemente, a mio parere, rintracciare questo significato soprattutto laddove le stesse vittime, gli stessi famigliari hanno un atteggiamento così distante dall’attività giudiziaria che si compie. Al di là dell’aspetto formale, che è quello dell’obbligo giuridico di procedere, perché i reati di cui trattiamo sono imprescrittibili, per cui il giudice ha l’obbligo, il dovere di procedere - e sottolineo l’obbligo perché, se si celebrano processi dopo settanta anni, probabilmente quest’obbligo è stato dimenticato per strada più e più volte – ma, al di là di questo aspetto formale, dicevo, c’è un aspetto sostanziale importantissimo.
Il processo penale per definizione compie due attività: accerta un fatto e poi di quel fatto dà una valutazione; rispetto a una norma, dice se quel fatto implica anche una responsabilità penale di qualcuno, se è attribuibile alla responsabilità di qualcuno. Allora rinunciare persino a questa operazione di dire che quel fatto è avvenuto con quelle modalità e che quella carneficina, quell’eccidio, quel bam-bino, quella donna, quelle centinaia di persone sono state uccise per l’azione di una, due, tre persone, rinunciare a stabilire ciò che è causa da ciò che è effetto, a mio parere, è rinunciare radicalmente a ogni minima forma di giustizia e sarebbe un atto immorale.
Quindi, il conforto che ho nello svolgimento della mia attività giudiziaria, anche se spesso viene messa in discussione più e più volte persino da colleghi o persone che svolgono attività giudiziaria, è che non si può rinunciare a un pilastro dello Stato di diritto che è accertare la verità e dare un nome a un colpevole, anche se quell’atto non dovesse poi tradursi in una esecuzione concreta della pena per motivi umanitari o sanitari, che possono esserci o non esserci, ma questo accertamento è eticamente imprescindibile.