NON DIMENTICATE. PIAZZALE LORETO 10 agosto 1944


Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento del Dott. Sergio Fogagnolo

Dott. Sergio FogagnoloCome sanare il vulnus storico. Portare nelle scuole della Lombardia (e dell’ Italia) la conoscenza del significato storico della strage di piazzale Loreto

Dott. Sergio R. Fogagnolo, Presidente dell’Associazione «Le radici della Pace – I Quindici»

Presenta e presiede il dott. Giorgio Oldrini, giornalista.

Ascolta la relazione:

youtube-logo-full colorRelazione

 

youtube-logo-full colorRisposta di Sergio Fogagnolo al quesito posto sul tema del perdono.

 

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Trascrizione relazione

Vorrei cominciare da una citazione di 5 righe particolarmente significative.
«Per tutto c'è un momento, un tempo per ogni cosa sotto il cielo:

un tempo per uccidere, e un tempo per curare,
un tempo per demolire, e un tempo per edificare,

un tempo per amare, e un tempo per odiare,
un tempo di guerra, e un tempo di pace.»
Qohelet 3,1-15


Queste parole mi hanno ispirato nel dare il titolo «Il tempo della storia, il tempo della pietà» a questo seminario.
Il tempo della storia è stato scandito per troppo tempo nel dopoguerra da pregiudizi ideologici sulla memoria storica, condizionati in questo dalla guerra fredda. La memoria storica -dicono gli storici, ce lo possono insegnare quelli che mi hanno preceduto- si costruisce scientificamente sulla base di documenti scritti, fotografici, cinematografici, e anche verbali, purché trovino conferma incrociando altre fonti. La memoria condivisa non esiste. Chi parla di memoria condivisa è chi non sa nulla del procedimento storiografico. Semplicemente, ribadisco, la memoria condivisa non esiste. Accanto alla memoria accademica, che è quella costruita scientificamente, come abbiamo detto, può invece coesistere la memoria individuale; ma, attenzione, se essa può accogliere sentimenti di pietà, non può però prescindere da un giudizio morale né dal principio di causalità -cioè dal rapporto di causa/effetto. Qui ci sono le radici dell’essere Cittadini di uno Stato democratico; infatti, per essere tali bisogna fare fatica, informarsi, esercitare gli strumenti dello spirito critico, ed esprimere un giudizio circostanziato.
Piazzale Loreto è descritto in molti modi. Per me, l’ho detto anche nel filmato “Partiti per Bergamo”, Piazzale Loreto è un luogo di dolore, ove c’è certamente il dolore dei famigliari dei quindici partigiani assassinati dai fascisti per ordine nazista il 10 agosto 1944. Ma, umanamente, non possiamo dimenticare lì c’è anche il dolore dei famigliari dei criminali di guerra -così definiti dalle clausole dell’ armistizio lungo- che sempre in Piazzale Loreto furono giustiziati ed esposti il 29 di aprile del 1945.
Sulle stragi è stato bravissimo Pezzino quando ha detto cosa si intende –ve lo riassumo brevemente- per la commissione italo-tedesca le stragi vengono solitamente chiamate rappresaglie e messe in relazione con l’ attività partigiana anche se spesso erano in realtà operazioni di ripulitura del territorio volte a terrorizzare la popolazione civile per impedire qualsiasi sostegno alla lotta armata.
È ciò che avviene anche per Piazzale Loreto. L’applicazione del bando Kesselring, poi, nel caso di Piazzale Loreto è del tutto arbitraria perché nell’attentato di viale Abruzzi, che si prende come spunto per quella strage, non ci sono vittime naziste. La vulgata neofascista e fascista, alimentata anche da firme notevoli, ricordavo stamattina Indro Montanelli, dice esattamente il contrario: ci sono stati tre, cinque otto morti tedeschi, secondo la fantasia dell’autore.
Vogliamo far conoscere la strage nazifascista di Piazzale Loreto perché è la causa storica della «macelleria messicana» -così la definì Ferruccio Parri; per intenderci, l’esposizione dei corpi di Mussolini e dei gerarchi il 29 aprile del 1945. Prima di tutto, vorremmo, anzi, vogliamo portarla nelle scuole perché sia conosciuta dai futuri Cittadini e vogliamo che la conoscano gli eletti lombardi negli organismi democratici nazionali e regionali per evitare di sentire ancora storiche stupidaggini o falsificazioni come la vulgata neofascista che ricordavo prima ed è accaduto anche nel recente passato. Voglio essere ancora più chiaro: vogliamo evitare che in futuro ci siano i Maullu che nel consiglio comunale votano contro la costituzione di parte civile del Comune nel processo Saevecke e, poi, da consiglieri regionali vanno in Piazzale Loreto a glorificare e monumentalizzare la Resistenza e il sacrificio dei Quindici. Questa si chiama disonestà intellettuale che va denunciata e bisogna, soprattutto, impedirne l’esercizio.
Si è già ricordato qui, lo diceva prima Pizzinato che mi ha preceduto, che la Repubblica nata dalla Resistenza deve pagare il debito morale di giustizia postuma nei confronti delle migliaia di vittime delle stragi di guerra, assicurando loro giustizia e tenendo vivo il ricordo di quanti si sono sacrificati per il bene della Patria e delle vittime inermi di raccapriccianti e vigliacche rappresaglie. Richiamo la vostra attenzione sulle vittime inermi perché, se nell’Italia settentrionale spesso le stragi sono state commesse nei confronti di partigiani o di organizzatori del movimento clandestino, nel centro Italia le vittime spesso erano persone assolutamente innocenti, che avevano la sola colpa di risiedere in zone territoriali troppo vicine al fronte di guerra, che si stava spostando progressivamente da sud verso nord.
La giustizia, arrivata dopo 55 anni, ha il senso di riconciliare corpo e metodologia giuridici con la storia e la memoria ma non sana la ferita sociale. Ed è una giustizia amara per i famigliari cui non interessava tanto di mandare in galera un vecchio, ancorché si dichiarasse ancora oggi fervente e convinto nazista, come ce lo ricordava poco anche il dr Rivello. Ciò che era importante, e anche di questo siamo grati ai giuristi che ci hanno preceduto, era affermare il principio che i delitti imprescrittibili non possono restare impuniti.
C’è un confronto che è necessario fare tra lo Stato democratico, in cui viviamo oggi per merito della Resistenza, e lo Stato totalitario. Lo Stato fascista è onnipotente ma è sempre irresponsabile nei confronti del cittadino, che viene considerato esclusivamente come una unità della massa verso la quale il fascismo dirige la sua comunicazione e, soprattutto, strumentalizza. Lo Stato democratico, invece, è capace di assumersi la responsabilità dei propri errori, rispondendo del suo operato ai Cittadini. Ho detto, è capace; diciamo meglio: dovrebbe essere capace.
Fatte queste considerazioni, capite bene allora che esercitare la libertà che i nostri genitori hanno conquistato con la loro morte, prima ancora che un diritto, è un dovere verso la loro memoria. Tutti i famigliari ed i sopravvissuti hanno l’obbligo morale di chiedere conto allo Stato dell’illegale creazione dell’«armadio della vergogna».
Su questo argomento, una cosa ancora è importante: se non avessi fatto parte di quei famigliari che hanno chiesto conto allo Stato di questi ritardi, e non avessi ricevuto un indennizzo per questo motivo, il seminario di oggi non sarebbe stato possibile, perché se è vero che la Regione in parte l’ha finanziato, per il resto è stato finanziato dalle mie tasche con quell’indennizzo e, parzialmente, anche dagli altri famigliari riuniti nell’associazione «Le radici della Pace».
Ecco allora che facciamo ricorso alla legge Pinto che si rifà all’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, laddove dice «ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale». I famigliari ricorrono in due tempi, un primo gruppo di sei famigliari nell’ottobre 2001 e un successivo, secondo gruppo nel febbraio 2002. Le sentenze, ovviamente, sono due: una del 16 gennaio 2002 e un’altra del maggio 2002. Tutt’e due condannano lo Stato per la violazione del termine ragionevole entro il quale avrebbe dovuto essere celebrato il processo. Entrambe dispongono, in dimensioni differenti, un indennizzo in favore dei famigliari.
In sintesi, la Corte d’Appello [di Milano] considera l’intero procedimento, come illustrato dallo schema che vedete proiettato sullo schermo, a partire dal documento della 78th Special Investigation Branch inglese del 21 maggio 1946, passando per l’archiviazione provvisoria del 1960, la riscoperta nel ’94 [dei fascicoli]
 da parte del dr Antonino Intellisano della Procura Generale Militare di Roma, l’inizio del processo Saevecke nel 1997 e la conclusione del 1999. Ebbene, la Corte d’Appello di Milano considera l’intero procedimento, dal ’46 al ’99. L’avvocatura dello Stato, ovviamente, non è molto contenta; quindi, fa ricorso in Cassazione.
La Corte di Cassazione, nell’aprile 2003, dice che solo in data 11 dicembre ’97 gli attori -i famigliari, nel linguaggio giuridico- si sono costituiti parte civile nel processo penale, assumendo in quel momento e solo in quel momento, la qualità di parte che li legittima all’azione per l’equa riparazione. Quindi, la durata della causa civile di risarcimento proposta dai famigliari non può essere accolta perché in precedenza «erano in corso indagini di polizia giudiziaria». Il giudice Salvini poco fa ci ha detto che solo nel 1963 la Procura Militare di Roma ha sentito la necessità di far tradurre dall’inglese la documentazione ereditata dalla polizia militare britannica. Questo tipo di atteggiamento ci spiega molto bene quali fossero queste indagini.
L’interpretazione della Cassazione allora non considera l’intero procedimento ma considera solo dal momento dell’apertura fino alla chiusura del processo Saevecke perché solo all’apertura del processo i famigliari possono legittimamente costituirsi parte civile. Non importa che le leggi precedenti impedissero loro di costituirsi; il solo fatto che si si siano costituiti o no è importante per la Corte di Cassazione. Quindi si ignora l’illegalità dell’archiviazione provvisoria e si considera solo ed esclusivamente il processo. Le insidie della sentenza della Corte di Cassazione sono gravi e incredibili. Se si estendesse quel tipo di interpretazione, la polizia giudiziaria avrebbe un potere discrezionale illimitato, potendo protrarre all’infinito le indagini, sottraendo così l’imputato al suo giudice naturale, in violazione dell’articolo 25 della nostra Costituzione.
Naturalmente, a questo punto, sono i famigliari che non sono contenti della situazione e l’8 marzo 2004 fanno ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo perché la decisione della Corte di Cassazione sarebbe contraria agli orientamenti della CEDU che impongono la chiusura delle indagini, ovviamente, entro due anni, altrimenti sarebbe vera l’affermazione che abbiamo fatto in precedenza.
Resta comunque inesplorato il tema della responsabilità per l’occultamento. destra e sinistra sono d’accordo nel denunciare la gravità dell’accaduto. La destra però l’addebita alla negligenza del Procuratore Generale dr Enrico Santacroce, la sinistra invece l’addebita al potere politico cioè al governo dell’epoca. Nessuno fa riferimento alla responsabilità oggettiva dello Stato verso i Cittadini danneggiati dall’occultamento benché entrambe le parti riconoscano che il danno ci sia stato. Allora, siamo in una condizione molto particolare per cui le regole di questo Stato richiedono che laddove una persona giuridica commetta un illecito per responsabilità di un suo dipendente è condannata alle conseguenze di qeul danneggiamento, lo Stato invece no; ed è, francamente, abbastanza sorprendente.
Allora viene spontaneo di dire, marxianamente, che fare? Portare a conoscenza delle scuole di ogni ordine e grado l’evento storico della strage nazifascista di piazzale Loreto.
Molto interessante è il format studiato da Extramendo, un’azienda cooperativa di attività teatrale per far studiare questa strage ai ragazzi delle scuole medie superiori. È un progetto che vede gli studenti come attori che però sono coinvolti nello studio della storia per realizzare il copione che poi dovranno interpretare nel loro lavoro teatrale. Ecco allora che diventa uno strumento che sicuramente ha un approccio completamente diverso alla storia ma che è certamente più coinvolgente di qualsiasi lezione accademica che normalmente si svolge nelle scuole. E qui veniamo al punto. Noi rivendichiamo con forza l’esercizio del diritto alla memoria; vogliamo vedere riconosciuto questo diritto con la pubblicità di tutta la documentazione ancora giacente negli archivi delle Procure Militari e, in particolare, di quella ancora assurdamente coperta da segreto istruttorio perché restano aperte le indagini su questi reati a quasi 70 anni dai fatti. Oltre al riconoscimento, ben inteso, di un indennizzo per il danno prodotto dalla negligenza di chi, per sua colpa o indotto dal potere politico, a questo punto poco importa, ha nascosto i fascicoli per oltre cinquanta anni.
Vorremmo, insomma, un disegno di legge che sani l’ingiustizia e allora indichiamo dei criteri che sono i seguenti:

  1. Garantire l’universalità dell’applicazione a tutte le stragi nazifasciste nascoste nel c. d. «armadio della vergogna». Non solo a quelle che sono ancora aperte ma anche a quelle che sono state chiuse per l’impossibilità di perseguire i colpevoli per la loro morte o perché non identificati allora né -tanto meno- oggi.
  2. Garantire i mezzi per la ricerca storica.
  3. Garantire equi indennizzi per aver nascosto i fascicoli delle stragi.
  4. Per le cause pendenti, remissione a favore dei famigliari. Credo che vi sia sfuggito un particolare: i famigliari della strage di piazzale Loreto hanno fatto ricorso l’8 marzo 2004 alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo. Il nostro procedimento non è ancora stato aperto. Sono passati più di dieci anni: abbiamo contagiato la giustizia europea con la lentezza della nostra giustizia.
  5. Riconoscere la natura risarcitoria dell’indennizzo.
  6. Rimuovere il segreto istruttorio.
  7. Rimuovere il segreto di Stato da tutta la documentazione raccolta dalla Commissione Parlamentare di Inchiesta.

Vogliamo, poi, ed è un auspicio, come ricordava bene anche Focardi che la cultura della memoria diventi anche un patrimonio della cultura europea. La relazione conclusiva della Commissione italo-tedesca, che è stata ricordata più volte in questa circostanza, auspica una politica europea capace di creare una cultura della memoria identitaria delle nuove generazioni europee e dice testualmente: «Ogni euro speso per giungere a una migliore comprensione del passato costituisce … un investimento per il futuro europeo».


Trascrizione risposta
di Sergio Fogagnolo al quesito posto sul tema del perdono.

Una signora nell’intervallo, parlando dell’organizzazione di questo convegno, mi diceva  che è una forma di perdono. Probabilmente ha ragione, in qualche misura. L’intenzione mia, però, e lo dico molto onestamente, anche a nome dei famigliari dei Quindici, in quanto presidente dell’Associazione che intende assumere la dimensione della rappresentanza di questo gruppo di persone, non è questa. Mentre, sono convinto che sulla faccenda del perdono ci sia molto da dire.
Intanto, richiamando Vidal Naquet, perdonare è un diritto individuale, non è un diritto trasmissibile come l’eredità materiale. Quindi, siamo forse nel campo della filosofia del diritto, però deve essere molto chiaro: il diritto al perdono è un diritto della vittima e i parenti non hanno l’eredità di questo diritto. Nel caso della strage di piazzale Loreto, questo diritto era dei caduti e si è estinto con la loro morte.
C’è, allora, un altro tipo di considerazione: se il perdono è un diritto delle vittime, la domanda che ci si deve porre è: i famigliari dei caduti, sono vittime? La risposta è sì, ma non per quell’episodio bensì per il dolore e i danni materiali e morali che la strage ha causato nel singolo individuo.
Per essere più chiari, facciamo un esempio: io non ho nessun diritto di perdonare chi ha ucciso mio padre; correzione: chi ha assassinato mio padre. È chiaro?
Mentre ho il diritto di perdonare coloro che hanno arrecato a me una serie di dolori e danni morali e materiali con quell’episodio.
Vi dico subito: io non sono un santo e, quindi, non perdono.
Posso, invece, fare un’altra cosa: posso cercare di studiare il problema, cercare di capire le ragioni degli uni e degli altri, esprimere un giudizio morale; ma questo significa esercitare uno spirito critico ed esprimere, infine, un giudizio politico. Ciò significa anche, prima di tutto, disporre delle informazioni necessarie; in secondo luogo, disporre di un apparto critico sufficiente alla funzione e, infine, la capacità di esprimere questo giudizio in termini compiuti.
Il fatto è ciò che è avvenuto dopo la strage: in termini personali, io sono stato separato dalla mia famiglia per almeno quattro anni, e la mia famiglia era solo mia madre, a quel punto. E questo mi ha causato dei problemi.
Il fatto che siamo vissuti senza la possibilità di essere informati -e non sto parlando solo di Sergio Fogagnolo, ma sto parlando anche a nome di tutti coloro le cui famiglie sono state vittime di questa situazione, cioè per tutti i famigliari vittime delle stragi dell’«armadio della vergogna»- ecco, tutti noi abbiamo visto negato il diritto alla memoria.
Vi faccio ancora una volta un esempio concreto.
Su piazzale Loreto, partendo da una ricostruzione di Pisanò, quanto meno fantasiosa e sicuramente in mala fede, la vulgata neofascista dice che i morti tedeschi nell’attentato al camion di viale Abruzzi sono tre, cinque, sette. Vulgata ripresa, in più occasioni, anche da personaggi illustri, il pennivendolo Indro Montanelli, tanto per fare un esempio. Scriveva da dio ma era un farabutto; tanto che, nella seduta del processo Saevecke che si è tenuta in piazza Novelli [qui a Milano], quando gli è stato fatto notare che, con la sua deposizione a favore del Saevecke, stravolgendo e negando addirittura ciò che lui stesso aveva scritto nell’immediato dopo strage, ha fatto un discorso che ha indignato i famigliari, ha risposto testualmente «Me ne fotto». Un vero gentiluomo!
Ecco, allora, questo è altro dolore e su questo bisogna che riflettiamo tutti.
Ma io devo perdonare chi ha nascosto i fascicoli?
Io, come Cittadino, posso eventualmente capire le ragioni di politica internazionale che stanno dietro quella decisione, ma non chiedetemi di condividerle e, soprattutto, di perdonare chi ha preso queste decisioni e chi le rese esecutive.