NON DIMENTICATE. PIAZZALE LORETO 10 agosto 1944


Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento del prof. Carlo Smuraglia

Prof. Carlo Smuraglia Presidente nazionale ANPI

Memoria, responsabilità e riparazioni: le prospettive

Prof. Carlo Smuraglia
Presidente nazionale dell'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia)

Presenta e presiede il dott. Giorgio Oldrini, giornalista.

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Trascrizione relazione


Ci sono state molte relazioni e l’ora è tarda. La pretesa di trarre, adesso, delle conclusioni e svolgerle ampiamente sarebbe un’impresa suicida e omicida nello stesso tempo, nei miei confronti e nei vostri.
D’altra parte le conclusioni, diceva un grande studioso a proposito dei convegni, sono, spesso, una cosa singolare, che si fa con un uditorio con la valigia al piede, che sta per partire, ha fretta di andarsene e rappresentano poco di più dell’«ite missa est» della messa cattolica. Allora, bisogna saperlo e bisogna dire che io non ho questa pretesa, anche perché conclusioni, in qualche modo, le hanno dette già Pizzinato e, adesso, anche il nostro organizzatore della giornata di oggi [Fogagnolo]; quindi, farò solo alcune rapide considerazioni del tutto personali che non hanno alcuna pretesa.
Prima di tutto, per dire che il convegno è importante, perché io credo che, tutto sommato, anche a Milano, perfino a Milano -vorrei dire-, della strage di piazzale Loreto si sappia poco; ed è dimostrato anche dal fatto che, in teoria, quando si ricorda una vicenda come questa con un convegno, questa sala non dovrebbe bastare, ci dovrebbe volere un campo sportivo perché questa è una tragedia di tutta la città. E, invece, siamo un gruppo, pur notevole, ma di affezionati, almeno alla memoria più importante dei fatti che meritano di essere ricordati; importante, però, perché la fiamma della memoria fatica ad ardere ma va tenuta viva e alla quale non bisogna mai rinunciare.
Certo, questa situazione è complessa, ci sono tante sconfitte in questa vicenda delle stragi nazifasciste e qualche momento di successo parziale, limitato. Delle sconfitte ne hanno parlato tutti: non c’è stata giustizia, c’è stata giustizia tardiva, c’è stata la vicenda dell’«armadio della vergogna», le sentenze che ci sono state sono per lo più sentenze virtuali perché nessuna di queste ha avuto modo, né avrà modo, di essere eseguita né agli effetti penali né a quelli civili, a quanto può risultare. Lo Stato, ad un certo punto, ha pensato che bisognasse fare un accertamento, almeno, sulle cause dell’occultamento dei fascicoli, come è stato ricordato, ma, poi, quando ha avuto due relazioni della commissione parlamentare si è ben guardato dal metterle in discussione e, dal 2006, da quando, cioè, sono depositate le relazioni, un discorso, una riflessione parlamentare sull’enorme materiale acquisito da quella commissione -molti punti delle due relazioni di maggioranza e di minoranza in sostanza coincidevano- non si è mai voluta fare. Diciamo subito che non è un caso che non ci sia stata; non ci fu perché non si riteneva opportuno approfondire una discussione che pure lo meritava. Questi sono alcuni dei punti neri di tutta la vicenda: giustizia non è stata fatta, i ritardi ci sono stati e non ci sono state assunzioni di responsabilità, almeno da parte italiana.
La relazione della commissione di storici italo-tedesca ha recato un contributo alla verità storica perché ha riconosciuto alcuni fatti. Per esempio, è stato necessario ammettere con fatica che la guerra contro i civili c’era stata e, per ben tre volte, nella relazione ricorre l’espressione, coniata da Paolo Pezzino, della guerra ai civili, di cui non si sarebbe dovuto mai parlare, perché non andava bene, nemmeno come termine. Ma la relazione, alla fine, trae conclusioni in qualche modo deludenti e incorre in un piccolo lapsus che non molti hanno rilevato, che però ha molto senso: la commissione auspica che si facciano alcune cose e, siccome essa è molto orientata verso la formazione di una memoria condivisa, dice testualmente che fra esse potrebbe molto contribuire alla realizzazione di questo obiettivo, «un atto di generosità da parte della Germania». Ciò significa che non si è capito complessivamente quale doveva essere l’obiettivo, perché non di generosità dovrebbe mai trattarsi ma di riconoscimento e di assunzione di responsabilità, traendone le conseguenze. Nessuno vuole atti di generosità, questo è certo e non sarebbero assolutamente opportuni.
Bene, invece, quando i Presidenti della Repubblica, due Presidenti della Repubblica Tedesca vanno a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema, assumendosi le responsabilità della Germania per i fatti che sono accaduti e, in qualche modo, fanno quasi un atto di scusa nei confronti delle numerosissime vittime. E questo con qualche contraddizione perché, poi, a questa parte della Germania, che cerca di capire e di fare i conti con la storia, si contrappone il tribunale di Stoccarda che archivia la strage di Sant’Anna di Stazzema, una vicenda per la quale i giudici italiani hanno erogato otto ergastoli. E c’è una parte ulteriore che magari tace ma pensa e, sommessamente, dice: va bene, ci saranno stati degli atti criminali ma adesso non possiamo stare qui tutta la vita a pagare o a sentirci rinfacciare questi atti.
E ciò significa che questi, ancora oggi, non hanno capito nulla.
Tuttavia, dobbiamo dire che il governo tedesco, almeno, ha mandato il suo Presidente della Repubblica; almeno, ha accettato alcune affermazioni che sono contenute nella relazione degli storici che sono un’autentica ammissione di responsabilità, anche se, poi, ci sono elementi di contraddizione. È lo Stato tedesco, attraverso il suo Ministero degli Esteri, che accetta di assumersi il finanziamento dell’atlante delle stragi, una cosa che forse è stata sopravvalutata, ma è di una straordinaria importanza. Questo è un fatto moralmente non irrilevante perché non si tratta della cifra -che non è poi un gran che- ma del significato simbolico: accettare e finanziare che si ricostruisca non l’elenco delle stragi famose, ma quello delle numerosissime stragi che ci sono state, non soltanto nell’ Italia centrale e intorno alla Linea Gotica, ma anche a sud di Roma e del Lazio, delle quali non si parla mai e che non sono meno importanti. L’idea è che si ricostruisca tutto questo scientificamente, e scientificamente sarà fatto, perché questa iniziativa promossa dall’ANPI insieme con l’ INSMLI (e già sono due nomi che suonerebbero come una garanzia di serietà della ricerca), è poi diretta dal professor Pezzino, massima autorità scientifica per aver dedicato anni ed anni non solo a studiare le stragi, ma a cercarne le ragioni, a spiegare come eliminare alcuni motivi di contrasto che in alcune zone sono sorte tra le popolazioni e i partigiani, anche a proposito delle spiegazioni delle stragi, e che instancabilmente gira per l’Italia a spiegare il senso di questa ricostruzione storica e di queste vicende.
Quindi, ci sono segni positivi mescolati con cose che invece risultano assolutamente deludenti.
Un segno positivo, appena realizzato, accennabile, a me sembra che sia anche l’interpellanza a cui lavoriamo da due anni; purtroppo, non abbiamo l’iniziativa parlamentare, e non possiamo far altro che spingere e premere sui gruppi parlamentari perché la presentino. Nello scorso anno, abbiamo trovato un gruppo che l’aveva presentata, ma, poi, è decaduta per fine legislatura e, comunque, non era sufficiente perché un’interpellanza in questa materia presentata da parlamentari di un solo gruppo non avrebbe mai avuto, non dico vita facile, ma neppure una vita possibile. Adesso, abbiamo raggiunto l’obiettivo che l’ interpellanza -che chiede degli impegni seri e una serie di cose importanti al governo- è firmata praticamente da tutti i gruppi parlamentari meno il gruppo tricolore, che non è una perdita essenziale. Ci sono rappresentanti degli altri gruppi che hanno firmato tutto, tant’è che si sta aspettando da un momento all’altro la calendarizzazione, si spera che ci sia una risposta seria e non la solita risposta trascurata e rapida che si dà a molte interpellanze, specie quando sono scottanti; altrimenti, si userà lo strumento, previsto dalla prassi parlamentare, di trasformare l’ interpellanza in mozione, più impegnativa per il governo.
Al governo, poi, ci sono da chiedere altri impegni alcuni dei quali sono stati già detti qui oggi ed è importante ricordarli rapidissimamente. Il primo è che il governo faccia, almeno, qualcosa di uguale a quello tedesco; diciamo, se il governo tedesco, attraverso due Presidenti della Repubblica, si è assunto delle responsabilità, il governo italiano faccia anch’esso un atto di assunzione di responsabilità. Lo Stato come tale, i governi che si sono succeduti, il Parlamento dicano che l’occultamento dei fascicoli del c.d. «armadio della vergogna» è una porcheria incommensurabile che ha prodotto danni enormi, che non può essere attribuita soltanto alla negligenza di una persona: non si possono materialmente fare cose simili se non si pensa, o non si hanno, o non si è sicuri di avere le spalle coperte. Altrimenti, sarebbe impensabile che una persona sola inventi questo istituto, sconosciuto ai giuristi, che è l’archiviazione provvisoria, faccia andare nel dimenticatoio 670 [recte 695, ndr] fascicoli e di altri non ne lasci parlare e, poi, non solo non se ne tragga nessuna conseguenza, ma non se ne siano nemmeno prospettate le conseguenze che ne sarebbero derivate, cioè i gravissimi danni già detti. Allora la prima cosa che bisogna chiedere è: fate, almeno, quello che è stato fatto dalla Germania. Lo Stato si assuma delle responsabilità e lo dichiari perché sarà un contributo all’accertamento della verità e della giustizia. E non si fermi a questo, cerchi di renderlo tangibile con una serie di atti che sono quelli più banali -dico banali perché ci sono dei luoghi in cui ci sono state delle gravissime stragi in cui sono stati eretti edifici, monumenti, locali per la frequentazione pubblica in cui piove dentro, ci piove letteralmente. Contribuire a fare in modo che questi monumenti non vadano dispersi col tempo e non si sfascino è un obbligo, non solo morale, ma, vorrei dire quasi, giuridico da parte dello Stato e, quindi, provveda in questo senso. Così come è giusto chiedere che provveda anche a trarre le conseguenze degli effetti disastrosi derivanti dagli enormi ritardi della giustizia e, quindi, spesso della impossibilità vera di rendere giustizia per il lungo tempo decorso perché tutti sanno, ormai, che se si vuol conoscere la verità, i primi momenti dopo i fatti sono quelli che possono dare un contributo risolutivo. Più ci si allontana nel tempo, più è difficile trovare testimoni, documenti, accertare la verità: quindi, danno gravissimo, oltre al danno -diciamo così- morale, ma anche tangibile, di cui parlava Fogagnolo. Il dolore che si è inflitto ai famigliari, solo in parte e in alcuni casi, può essere lenito dall’ accertamento della verità. E questo è un altro punto positivo da aggiungere per rispondere a coloro che insistono sul fatto che alla fine questa giustizia, tutto sommato, però, ha dato soltanto sentenze virtuali. Costoro, secondo me, non hanno capito un’altra verità: che bisogna forse andare almeno una volta a sentire la lettura di una di queste sentenze, alle quali spesso, si trovano famigliari e associazioni di vittime. Io ne ricordo una al tribunale di Verona e ricordo bene i famigliari delle vittime che piangevano alla lettura della sentenza. Perché? Perché il fatto che un documento dell’autorità giudiziaria riconoscesse la gravità di quanto era accaduto non posso dire, non oserei mai dire che era un piccolissimo lenimento al dolore, ma era un contributo a un pochino più di pace del proprio cuore. Almeno c’era stato un tribunale che l’aveva detto che era un assassinio, che era un atto barbaro contro i diritti umani. Quindi, mai dovremmo pensare che queste sentenze sono state inutili, anche se non eseguite, perché almeno questo effetto l’hanno avuto e lo possono avere ed è un effetto importante: che di questo si tenga conto e se ne dia atto è una cosa che ha ancora un suo peso notevole.
Poi, c’è il problema dei documenti anche per la ricerca storica. Abbiamo avuto dei momenti strani: l’ANPI ha mandato una lettera un anno e mezzo fa ai due Presidenti della Camera e del Senato, chiedendo che fosse eliminato ogni segreto per quanto riguarda tutti gli atti e i documenti raccolti dalle due commissioni parlamentari [d’indagine e d’inchiesta, ndr]. La risposta è stata che, per quanto riguardava il Parlamento, segreti non ce n’erano più, perché il segreto di Stato è stato eliminato con la legge del 2007; semmai, bisognava pensare di sollecitare (e la Camera diceva lo facciamo, lo faremo) i vari organismi che, di volta in volta, avevano apposto non il segreto di Stato, ma una forma qualsiasi di segretazione, a rimuoverla, rendendo tutto accessibile, tanto più che la Camera ha poi riprodotto in un disco dati l’immenso materiale di tutti gli atti raccolti, alcuni dei quali, però, sono rimasti ancora incompleti.
Oggi, ci viene detto a gran voce che si abolisce qualunque segreto. Prendo atto della buona volontà, ma ricordo due cose: in un bellissimo articolo su Repubblica, un’altra famigliare di vittima però del terrorismo, Benedetta Tobagi faceva l’elenco di cosa si dovrebbe fare per dire che si è tolto ogni segreto; tra l’altro, com’è noto, il segreto viene spesso apposto da questo o da quell’ufficio, non da Presidenza del Consiglio o da altri, e non c’è un elenco degli atti sui quali è stato apposto il segreto.
La prima cosa che si dovrebbe fare, dunque, è conoscere l’elenco degli atti sui quali è stato apposto il segreto e che dovrebbe essere eliminato da ognuno degli organismi che l’han posto, in modo che siano accessibili a tutti. Se non si fa questo è inutile parlare di eliminazione del segreto perché, dal punto di vista teorico, esso è già stato eliminato nel 2007 con apposita legge. Questo è l’altro passo avanti che adesso bisogna fare affinché diventi tutto accessibile: se non ci consentirà di aprire altri processi, non solo sarebbe tardi, -dal punto di vista istruttorio i magistrati hanno potuto avere spesso accesso anche a quelli che per i comuni cittadini erano coperti da segreto- ma, per lo meno, darà la possibilità ai ricercatori di studiare, di mettere insieme i vari pezzi di questo immenso puzzle che consentirebbe di ricostruire la verità storica e di dare ai famigliari, almeno una soddisfazione importante.
Quello che si chiede oggi al governo è assumere l’impegno di appoggiare le iniziative in corso e quelle future per l’accertamento della verità storica e ripristinare il diritto alla memoria. Dobbiamo dire una piccola verità anche a proposito dell’atlante delle stragi. Quando, dopo due anni di discussioni e dopo una serie di incontri anche a Berlino col professor Pezzino, è stato, finalmente, varato il progetto, al Ministero degli Esteri [tedesco] abbiamo trovato chi si è convinto che era il momento di fare qualche cosa, di accettare di mettere in atto otto progetti, di cui il primo era, appunto, l’atlante delle stragi. Sottolineando, però, con forza, il fatto che non si poteva pesare troppo su un bilancio che, in realtà, per questo titolo non aveva nessuna voce. Pare che la voce sia stata messa adesso con il bilancio del nuovo governo, ma con quello precedente bisognava pescare i fondi qua e là, con gran difficoltà, per cui anche il preventivo di questa ricerca è stato fatto con grande attenzione per non impressionare i tedeschi con un onere eccessivo che avrebbe potuto cancellare il progetto. La realtà però ci sta dimostrando che le stragi sono state tantissime e stanno emergendo molte cose che non sapevamo: basterebbe l’allegato numero 3 alla relazione degli storici italo-tedeschi, che contiene le 8.000 denunce ai carabinieri fatte per atti di violenza, dei quali non si conosce il seguito, per dire che occorrono altri ricercatori e altri fondi che, a questo punto, francamente, è difficile chiedere alla Germania.
Eppure, se ci fosse un governo italiano, che sentisse un minimo di responsabilità, dovrebbe dire francamente e subito: «Beh, provvediamo noi. Purché questa ricerca, così importante da ogni punto di vista, compreso quello simbolico, ma anche da quello della realtà, si faccia nei tempi dovuti e si faccia compiutamente un atto che dice “questo è il quadro totale che ci consente, poi, di dar conto realmente di tutto ciò che è avvenuto”». Si chiede un impegno in questo senso e mi pare che sia ancora il minimo che si possa fare, oltre a un appoggio vero agli studi, alle ricerche storiche e alla loro diffusione.
Ha ragione Fogagnolo quando dice che bisogna andare nelle scuole; è vero, questo vale per queste stragi nazifasciste come per le stragi del dopoguerra: nelle scuole si sa poco delle une e delle altre. E, nelle scuole, ci andiamo, ma sporadicamente, quando troviamo l’insegnante che si batte per vincere le resistenze, quando troviamo un preside che non ha paura che si faccia politica: perché questo mi ha detto uno una volta: «mi raccomando, però, non faccia politica». Perché raccontare le vicende storiche come queste non è politica -è evidente- ma lui aveva paura e diceva «… perché poi vengono i genitori a protestare…» e così via.
Da tempo chiediamo al Ministero dell’Istruzione un input alle scuole per fare un lavoro insieme e debbo dire francamente che con la precedente ministra Carrozza eravamo arrivati a stendere una bozza di convenzione tra il ministero, l’ANPI e l’INSMLI per un lavoro sull’educazione civica, coordinata e organizzata, perché essa comprende la conoscenza storica dei fatti e l’educazione ad essere uomini e donne, evitando di avere soltanto delle nozioni fondamentali per il proprio futuro professionale.
È cambiato il ministro e quella convenzione non si è più firmata, né si riesce ad avere un confronto con il nuovo ministro per parlare di questo tema delicatissimo perché pare che, per il governo attuale, l’unico problema delle scuole, giustissimo, peraltro, sia quello della edilizia scolastica e delle scuole che crollano. Il che è verissimo, ma quello è un problema di sicurezza, e ce n’è un altro funzionale, non meno importante: noi, che siamo più vecchi, rischiamo di lasciare presto questo Paese, cedendolo a nuove generazioni disinformate che non conoscono la storia, neanche quella più recente. Le loro conoscenze si fermano, per alcuni fortunati, alla 1GM o, tutt’al più, alla 2GM ma, generalmente, escludono la Resistenza, figuriamoci le stragi nazifasciste o il travagliato dopoguerra del nostro Paese.
Quindi abbiamo un quadro molto variegato, in cui abbiamo molte cose da dire, su cui insistere e sulle quali bisogna lavorare. Lo dico e ricordo anche questi dati perché non vorrei che si pensasse che il lavoro fatto in questi anni è stato tutto inutile, che non si è concluso niente. Non è vero: si è impedito all’oblio di coprire tutto sotto il suo velo ed è già qualche cosa. Si è fatto in modo che anche là dove si era fatto calare l’oblio per tanti anni, vedi Cefalonia o altre vicende analoghe, a un certo punto si sia cominciato a rimuoverlo ed è allora che nascono i lavori degli storici ed escono i libri. C’è stato un certo periodo che sulle stragi nazifasciste c’era una bibliografia modestissima; da un certo momento in avanti, ha cominciato a crescere ed è avvenuto quando si è creato un interesse intorno al problema. Adesso, ci sono argomenti e una bibliografia più che sufficienti, tanto che non è cosa semplice poterli conoscere e farli conoscere. Quindi, bisogna fare il possibile per scacciare l’idea che sia inutile e non ci sia niente da fare.
Io condivido quello che si è detto sulla memoria condivisa: è un’illusione la memoria condivisa, specialmente fra due Stati che sono stati in guerra, di cui uno ha fatto delle stragi terribili contro l’umanità. La memoria condivisa probabilmente non ci sarà mai, tuttavia, per noi c’è una difficoltà particolare a parlare di memoria perché la verità è che il nostro Paese non ha creato una memoria condivisa neanche al suo interno, altro che fare una memoria condivisa insieme alla Germania!
Non c’è una memoria condivisa nostra e forse nemmeno una memoria collettiva. Quando De Luna, nel libro che è stato ricordato questa mattina, parla della Repubblica del dolore, dice che ci vuole più storia e meno memoria, ma il punto da cui parte De Luna è fondamentale. Per inciso, io non sono d’accordo con lui, nel senso che io credo che ci voglia più memoria, più storia e più impegno civile, cioè tre cose che procedono insieme contemporaneamente.
Uno Stato civile, qualsiasi Stato che abbia un minimo di civiltà e di democrazia, dovrebbe avere alcuni fondamenti comuni su cui riposa la convivenza civile, alcune cose delle quali si è convinti tutti, in cui c’è una memoria stabile, in cui questa si esprime, come dice De Luna. Quando si crea questo elemento comune, questo poi si esprime con gli insegnamenti nelle scuole, con i monumenti, con la scelta delle festività e così via. Un paese nel quale ogni tanto salta fuori qualcuno che vuole abolire il 25 aprile, che memoria collettiva può mai avere? Un Paese nel quale è così difficile impedire di mettere a tutti i costi la Resistenza e i militi della repubblica di Salò sullo stesso piano vuol dire che non ha saputo creare alcuna memoria identitaria. È ciò che è emerso anche questa mattina: non solo i fascisti che hanno collaborato con i tedeschi -e, talvolta, hanno fatto anche di peggio!- non hanno pagato niente o quasi niente, ma è anche vero che noi i conti col fascismo non li abbiamo mai fatti sul serio. Non ci siamo spiegati nemmeno le cose più elementari: come ha fatto il fascismo, non solo ad avere dei seguaci che erano i fascisti facinorosi. Lo dico sempre con vergogna perché c’ero il 10 giugno del ’40, quando, nella famosa adunata di tutti in piazza Venezia e in alcune piazze d’Italia, Mussolini dichiarava di aver consegnato la dichiarazione di guerra all’ambasciatore inglese e tanti hanno applaudito. Mi ricordo che quel giorno mio padre è tornato a casa, ha pianto, e ha detto a mia madre: «Oggi è la fine del nostro Paese»! Diciamo la verità: molto pochi hanno reagito quando è uscita la legge sulle persecuzioni razziali; molto pochi, tra la coerenza e uscire dall’università o iscriversi al partito fascista, hanno scelto la coerenza. Quando, insomma, c’è stata anche un’adesione: su questo noi dobbiamo fare una riflessione storica e darci una spiegazione. Questo vuol dire fare i conti con la nostra storia e su quei gravi fatti.
Quando parliamo di stragi, spessissimo, c’erano di mezzo i fascisti: alcune le hanno fatte in prima persona, in altre sono stati aguzzini esattamente come i tedeschi, in altre -non dimentichiamolo mai!- hanno fornito carne da macello, dando gli elenchi, raccogliendo ebrei e antifascisti in alcuni campi di concentramento (che c’erano anche nell’Italia del sud e, in buona parte, l’abbiamo cancellato dalla memoria collettiva) da cui, poi, i tedeschi poterono prelevare gli uni e gli altri per imbarcarli sui treni e mandarli a morire nei campi di sterminio. Se non facciamo i conti con tutto questo, è difficile trovare qualcosa di comune. Allora, lavorare per la memoria collettiva è importante, non arrendendoci di fronte al fatto che, poi, riesce difficile trovare alcuni punti fermi. Eppure alcune verità sono ormai acquisite: le stragi del ’43/’44 si chiamano giustamente stragi nazifasciste. È inutile che certi revisionisti cerchino di farle passare per stragi dei nazisti, dei militari tedeschi ubriachi o altre cose del genere. Sono stragi nazifasciste, è un dato su cui non si può trattare, è un dato storico accertato scientificamente anche attraverso una serie di sentenze definitive, sulle quali non si può più discutere. E, ancora, il fatto che queste stragi hanno oltrepassato il limite -scusatemi l’ orribile parola, ma comprenderete il senso- “normale” delle guerre, la guerra è sempre anormale ma pure l’anormalità ha un limite.
La guerra ai civili è già qualcosa che va oltre, fuori di questo limite e dovrebbe essere accertato che qui in Italia in diverse occasioni quel limite è stato superato, anche se la corte dell’Aia non l’ha voluto riconoscere. Io però vorrei che noi considerassimo, a onore del nostro Paese, il fatto che l’affermazione che i fatti sono andati al di là dei limiti che una guerra comunque impone in ogni caso, anche nella sua innata barbarie, è stata riconosciuta in alcune sentenze perfino della Corte di Cassazione italiana, che poi non hanno potuto più essere prese in considerazione perché i tedeschi sono ricorsi all’Aia che, alla fine, ha sentenziato: «solo voi italiani pensate che ci siano dei crimini contro l’umanità per i quali si possa scavalcare anche il principio di sovranità degli Stati»; il principio di sovranità degli Stati non si tocca, neanche per quei crimini.
Quella sentenza dell’Aia è una sentenza sbagliata, che fa fare dei passi indietro nella civiltà giuridica di tutto il mondo. Purtroppo, non l’abbiamo sufficientemente discussa e assimilata. Avremmo dovuto reagire e dire: bene, se siamo stati noi italiani gli unici, come dice la Corte, ad avanzare questo principio, attraverso alcune sentenze della Corte Suprema di Cassazione -che di solito non è la più avanzata nella magistratura ma è quella che assorbe con un po’ più di ritardo per essere appunto l’organismo di vertice- e in questo caso ha affermato principi veramente insuperabili e insormontabili, questi non possono che essere entrati almeno nel nostro patrimonio spirituale, morale e politico checché ne dica la corte dell’Aia.
Infine, un altro punto sul quale pure il revisionismo continua a cercare di mettere delle ombre o creare delle difficoltà è che, anche sulle stragi del dopoguerra, almeno alcune verità le abbiamo acquisite, indipendentemente dai singoli colpevoli che in alcuni casi non sono stati trovati. Piazza della Loggia per ora non ha trovato responsabili, Piazza Fontana nemmeno, di altre abbiamo trovato solo gli esecutori materiali ma ci sono due cose certe, una conclamata anche da sentenze ancora della Corte di Cassazione, cioè che quelle stragi sono tutte di matrice fascista ed è un dato che non può essere nascosto né cancellato. Secondo, in tutte le stragi del dopoguerra, sempre c’è una costante: la presenza dalla parte sbagliata di pezzi dello Stato italiano, i servizi o altri, per dirottare le indagini o, quanto meno, per cercare di contribuire a dirottarle.
Questo è successo per Piazza Fontana, per Bologna, per Brescia, in tutti i casi e anche questo è un dato conclamato perché a Bologna hanno persino condannato due responsabili del dirottamento, senza poi trarne le conseguenze non considerandoli conniventi, come se uno dirottasse le indagini per divertimento, per fare uno scherzo ai magistrati: se uno cerca di dirottare le indagini e mettere i magistrati su una falsa pista la ragione più naturale, più umana e semplice è che è d’accordo con quelli che hanno messo le bombe o, forse, lo era anche prima e, quanto meno, condivide.
Ora questi sono almeno alcuni punti fermi che dovremmo tenere come consolidati per questo sentire comune e, se non lo sono, dovremmo fare ogni sforzo perché lo diventassero. Questo io credo che dovrebbe essere il nostro impegno per due ragioni: una è quella che tutti hanno detto oggi, Fogagnolo con particolare calore, e cioè, la memoria ha un senso e un valore se è conoscenza e se è riflessione, se no, diventa ricordo. Noi non crediamo che bastino le corone o le lapidi. Se continuiamo a tenere 450 lapidi -guardate le date!- di ragazzi uccisi per le strade di Milano -tutti ci passano sotto e non sanno che cosa questo significa, soprattutto, i giovani!-, se non spieghiamo tutto, compiamo un delitto nei confronti della storia e nei confronti della formazione civica dei Cittadini che queste cose le devono sapere e devono essere loro ricordate. Quindi, è fondamentale questo valore della memoria, al di là del dibattito che c’è stato anche questa mattina.
Io -ve lo dico in due parole perché bisogna concludere- non credo a un autore che di recente ha scritto che, secondo lui ed altri, ci vuole l’odio per mantenere la memoria perché, senza l’odio, la memoria si spegne. Io non ci credo perché penso che l’odio sia un sentimento individuale, ma, proprio perché sentimento, non dura a lungo. La memoria deve basarsi su qualcosa di più sostanziale e di più concreto: la ricerca della verità, la conoscenza dei fatti e la valorizzazione di tutti gli elementi che ci sono compresi. Questo è il punto fondamentale perché tra l’odio e il perdono, di cui abbiamo parlato, -e io anche su questo sono d’ accordo: il perdono è un problema tra il carnefice e la vittima, gli altri non hanno diritto di entrarci, e, comunque, sarebbe un altro sentimento che non resisterebbe al tempo-, è solo la memoria che ci può salvare. Ma la memoria è continuamente in pericolo perché il tempo gioca contro la memoria e, quindi, bisogna impedire che il tempo la consumi e la usuri.
L’ultimo elemento per cui tutto questo va fatto, mantenuto vivo, coerente e forte è che la memoria è anche un potentissimo antidoto. Bisogna convincere i Cittadini, soprattutto i meno anziani, meno edotti della storia e meno esperti che non è vero che i fatti atroci non si possono ripetere. Nella storia, purtroppo, i fatti atroci si ripetono, magari in forme diverse.
Uno storico continua a scrivere: guardate, non state a immaginare che il fascismo e il nazismo si possano riprodurre nelle forme di quegli anni. Si possono ripresentare in altre forme, ma non dimenticate come si sono presentati e non dimenticate, soprattutto, che se il fascismo e il nazismo si sono potuti affermare, ciò è avvenuto perché c’è stata molta indifferenza, molta neutralità, molta rassegnazione da parte dei Cittadini che hanno detto, anche di fronte a fatti gravissimi: beh, in fondo, che cosa faranno, che importa?
L’altra sera, a Roma, nel luogo dove fu ucciso, si è ricordato Matteotti; molti, allora, reagirono dicendo: beh, sono episodi isolati. No, eravamo già molto avanti, anche se ancora il fascismo non era al potere; ma, se già in quelle condizioni si poteva uccidere un uomo per le sue idee, tutti avrebbero dovuto essere avvertiti che un pericolo grave c’era.
Allora, sentirci costantemente in una situazione di pericolo e avere la certezza che tutto può ripetersi, anche il peggio della storia, è un elemento fondamentale per avere dei Cittadini responsabili e, in questo senso, credo che l’utilità di questo incontro e di queste riflessioni, che non sono mai fini a loro stesse, stia anche in questo aiutarci a costruire degli antidoti se vogliamo davvero un avvenire libero, antifascista e democratico.