NON DIMENTICATE. PIAZZALE LORETO 10 agosto 1944


Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento del Prof. Guido Salvini

Prof. Guido Salvini

L'armadio della vergogna


Presenta e presiede il dott. Giorgio Oldrini, giornalista.

Ascolta la relazione:

youtube-logo-full colorRelazione


icona-download-pdf-32Scarica la relazione del Dott. Guido Salvini
per la Commissione Parlamentare d'Inchiesta sui crimini nazifascisti sul caso Theodor Saevecke


Guido Salvini é un magistrato italiano presso il tribunale di Cremona, è stato, tra il 2004 e il 2006,  consulente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sull’occultamento dei fascicoli relativi a stragi nazifasciste (il cosiddetto Armadio della vergogna) e nel 2007 consulente della Commissione parlamentare antimafia.


Trascrizione relazione

Sono attualmente giudice al tribunale di Cremona, però, negli anni scorsi, ero Gip al tribunale di Milano e, negli anni 2004-2005, sono stato consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sui crimini nazifascisti cioè la commissione sull’«armadio della vergogna». Quindi, ho visto questi fascicoli, in particolare, anche il fascicolo relativo alla strage di piazzale Loreto e vi posso dire qualcosa che, in certo senso, è la fase prima rispetto a quella del processo di cui hanno parlato i colleghi Rivello e De Paolis. Cosa è successo prima? La storia di questo fascicolo è veramente incredibile. Io l’ho visto fisicamente: è un grosso fascicolo, il suo numero è 2167; dentro, c’erano più di 40 testimonianze, fatte dal comando alleato (erano molto bravi a indagare, quando volevano), lo Special Investigation Branch aveva fatto praticamente tutta l’istruttoria su quei fatti, c’era assolutamente tutto.
Il fascicolo, però, è rimasto parcheggiato nel famoso «armadio della vergogna», benché fosse ormai completo per un giudizio; addirittura, in questo fascicolo manca la famosa archiviazione provvisoria, quella con cui erano stati liquidati tanti altri fascicoli. Era un fascicolo importante perché la responsabilità indicata dagli alleati riguardava non uno, ovviamente, ma tredici [recte, 14] ufficiali tedeschi e quattro italiani, tra cui il comandante delle SS del Nord Italia che era Walter Rauff, un criminale di grandissimo livello. Quindi, essendo molto delicato, era stato tenuto in parcheggio perché portava ai livelli alti e c’è una parte di questa vicenda, che precede appunto i processi che vi voglio raccontare, ed è oggetto di una mia relazione per la Commissione che metto a disposizione.
Nel 1963, come ha ricordato il collega Rivello, ci fu una campagna in Germania perché, non ricordo se Saevecke o suo figlio, avevano fatto delle azioni di polizia molto intimidatorie, suscitando lo sdegno di una parte dell’opinione pubblica e dell’informazione tedesca. A quel punto, i tedeschi mandano, tramite il Ministero degli Affari Esteri, una lettera in cui chiedono se sia vero, come si dice in Germania, che Saevecke sia stato responsabile in Italia di gravissimi crimini; ricordiamo che, in quel momento, era un alto ufficiale della polizia tedesca.
Questa richiesta arriva al Ministero della Difesa e al Ministero degli Affari Esteri, retto allora dall’on. Piccioni, democristiano, e al Ministero della Difesa dove c’era, già allora, uno che conosciamo bene, l’on. Andreotti.
La richiesta di vedere questo fascicolo per rispondere ai tedeschi arriva da questi due ministeri alla Procura Generale Militare di Roma, che aveva nascosto i fascicoli. Il Procuratore Santacroce chiede al suo sostituto di andare a prendere il fascicolo, fargli una relazione e poi mandarla ai ministeri che l’avevano richiesta. Il fascicolo esce, forse uno dei pochissimi che esce dall’«armadio della vergogna», viene mandato integralmente alle autorità politiche italiane di altissimo livello -parliamo di difesa, di affari esteri, non del ministero dell’agricoltura- e viene restituito due mesi dopo senza praticamente rispondere nulla ai tedeschi.
Ma c’è di peggio: Santacroce, quando fa prendere il fascicolo, chiede al suo sostituto di fare una relazione su quei fatti e chiede anche, già che ci siamo, che quando deve essere mandato al Ministero degli Affari Esteri, dato che loro sanno bene le lingue, che traducano in italiano le testimonianze in inglese.
Pensate un po’, non avevano neanche l’interprete e ciò vuol dire che alla Procura Generale Militare gli atti non li avevano nemmeno letti, si presume che pochissimi masticassero l’inglese. Quindi, chiede questa cortesia. Quando il fascicolo ritorna, il sostituto di Santacroce dice: «Sì, sì questo fascicolo … niente da dire, non c’è niente da fare.» Quindi, il fascicolo ritorna nell’armadio.
Ora, come sicuramente può confermarmi il collega Rivello, il processo, salvo l’ individuazione dei militari e la rinnovazione delle testimonianze, si è basato per il 90 per cento sulle testimonianze che gli alleati avevano già verbalizzato nel 1946. Mi ricordo, per esempio, che c’era la testimonianza della segretaria di Saevecke, Elena Morgante, che racconta come, mentre batteva i nomi delle vittime, vide Saevecke parlare con i superiori e mentre batteva i nomi delle vittime, mossa da pietà e probabilmente con un certo ascendente su Saevecke, riuscì -lei racconta- a ridurre il numero delle vittime da venti [recte, 25] a quindici. Comunque, le testimonianze erano complete, il processo si poteva fare, esattamente così com’era, cinquant’anni prima. In ogni caso, questo passaggio, questo nascondimento dimostra la responsabilità politica ad alti livelli di quello che non si è fatto.
Mi sono chiesto anche il perché di questo trattamento speciale di questo caso, addirittura peggiore rispetto a tutti gli altri. Uno è sicuramente il fatto che erano coinvolti altissimi ufficiali tedeschi e, dato che, con la creazione della NATO e l’ingresso nel sistema politico militare della Germania Occidentale nel sistema di difesa atlantico complessivo, non era opportuno, forse, disturbare le alte autorità tedesche che erano diventate da nemiche, alleati nel quadro dell’impegno atlantico e anticomunista dagli anni cinquanta in poi.
Ma c’è anche un’altra cosa che abbiamo scoperto con atti declassificati e che incredibilmente, addirittura, compariva, in parte, nelle mie indagini su piazza Fontana, per capire come tutto si collega in un unico filo nero. Gli americani [recte, gli inglesi] avevano denunciato tredici [recte, 14] tedeschi, poi rimane vivo solo Saevecke, che non era uno qualsiasi. Abbiamo scoperto, da atti declassificati negli Stati Uniti (lì la declassificazione la fanno parecchio, è un po’ quella desecretazione di cui ha parlato recentemente il presidente del consiglio Renzi; una cosa importante perché, magari, non si fanno i processi, ma si possono fare tante scoperte, che hanno un valore storico e di verità), si è scoperto che Saevecke era stato reclutato nei servizi segreti americani, aveva un nome in codice che era Cabanio e serviva per l’attività di spionaggio anticomunista in Germania Occidentale, in quanto era già un poliziotto, era già un uomo delle informazioni da quand’era a Milano e questo lavoro, stavolta contro i comunisti e a favore degli americani che erano i nemici di prima, ha continuato a farlo in Germania, protetto e mai punito.
Nelle mie indagini su piazza Fontana, del resto, è emerso che un altro criminale -fatto di un’estrema gravità- delle Fosse Ardeatine e, cioè, Karl Haas, uno dei due condannati insieme a Priebke per quella strage che nasce appunto da questi processi condotti dai colleghi -e io do un giudizio di grande importanza a quello che voi avete fatto, perché a me non interessa che queste persone muoiano nel loro letto e non in carcere. Voi avete consentito con il vostro lavoro almeno di smascherarli per quegli assassini che sono e non le brave persone della porta accanto. Ebbene, tornando alle nostre indagini, io ho acquisito tantissime cose su piazza Fontana, tra cui le relazioni con cui Karl Haas, diventato agente americano fin dal 1947, quindi, praticamente, come Saevecke, continua la sua attività di spia in Italia a favore degli americani, protetto anche lui fino al 1990, quando, poi, il processo alle Ardeatine è stato ripreso. Quindi, l’utilizzo di questi criminali come agenti a livello atlantico americano, sicuramente, in buona parte, spiega perché siano stati protetti ma anche l’incredibile vicenda di questo fascicolo, che gronda di sangue, che esce dall’archivio, va al Ministero della Difesa, va al Ministero degli Affari Esteri e torna tranquillamente indietro.
Poi, l’ultima cosa: nell’esaminare questo fascicolo, si è trovata anche una petizione che il Consiglio Comunale di Milano scrisse al Presidente del Consiglio di allora, Amintore Fanfani, per stimolare un intervento, viste le notizie che arrivavano dalla Germania, quando la questione venne all’attenzione con l’iniziativa tedesca del ’63, favorita da questi giornalisti tedeschi, in contatto con il governo, ma su pressione dell’opinione pubblica.
Sarebbe bello, magari, -io lo cito in questa relazione su questi passaggi che ho fatto per la commissione stragi e che lascio a disposizione- che questo tentativo del Consiglio Comunale fosse ritrovato, magari cercando nell’archivio, perché già allora il nostro Presidente del Consiglio chiedeva inutilmente quella giustizia che sarebbe venuta solo cinquant’anni dopo. Grazie