Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento del Prof. Filippo Focardi



Trascrizione relazione


L’Italia è stato il Paese dell’Europa Occidentale che ha subito, sul suo territorio, il più alto tasso di violenza nazista. Se noi paragoniamo l’Italia alla Francia, al Belgio, alla Danimarca o all’Olanda, le vittime causate dalla violenza nazista sul territorio italiano sono ben più numerose. Si parla, grosso modo, di quindicimila vittime civili ma questi sono numeri ancora da definire. C’è appunto un progetto su questo tema, che sta coordinando il professor Pezzino, insieme all’ANPI. Dico “sul suo territorio” perché questi dati non tengono conto delle vittime della deportazione; chiaramente, se andiamo a considerare la deportazione razziale, in Francia ci sono oltre settantamila ebrei deportati, per dirne una, dall’Italia i numeri sono diversi: sette/ottomila. Ma, insomma, sul suo territorio, l’Italia è quella che subisce il maggior numero di vittime. Abbiamo appena sentito rievocare l’episodio principale, più drammatico, la strage di Marzabotto, la più grande strage di civili in Europa Occidentale. A fronte di queste stragi, di queste migliaia di civili falciati dai nazisti, quali sono stati i risultati della giustizia contro i criminali di guerra tedeschi che hanno commesso questi crimini?
Qui i dati sono interessanti.
In Italia vengono svolti dalla magistratura militare italiana, fra il ’47 e il ’51, circa undici/dodici processi con ventisei accusati. Di questi ventisei accusati, ben dodici vengono assolti; parlo da scienziato, ma sono anche coinvolto in queste vicende, come molti di noi. Vengono comminati tre ergastoli, Reder, Kappler e un terzo ergastolo in contumacia, ci sono solo due condanne superiori a quindici anni di reclusione, di cui una in contumacia.
Proviamo, ora, a paragonare questi dati con alcuni dati che riguardano, invece, i processi contro i criminali di guerra tedeschi, fatti in altri paesi dell’Europa Occidentale. In Danimarca, vengono fatti 77 processi, contro i 12 italiani, con 71 giudizi di condanna; in Belgio, 31 processi, quindi il triplo rispetto all’Italia, contro 91 criminali di guerra e vengono comminate 21 condanne a morte, di cui 5 eseguite, 5 ergastoli, solo 8 assoluzioni; in Olanda, vengono processati 231 criminali di guerra tedeschi, comminate 18 condanne a morte, di cui 5 eseguite per non dire della Francia, dove i procedimenti sono 2.345 contro i criminali di guerra e c’è un numero di condanne a morte eseguite comprese tra le 47 e le 54.
Di fronte a questi numeri, si è parlato di anomalia italiana: un numero di processi estremamente esiguo con risultati molto blandi. Perché in Italia si sono fatti così pochi processi? Si è detto perché non si avevano dei dati precisi, ad esempio, molti dei nomi dei tedeschi erano scritti male, non si sapeva a quale reparto appartenevano, era difficile rintracciarli esattamente. Ma questo valeva anche per gli altri paesi. Certo, forse, i fiamminghi, i belgi e gli olandesi hanno più dimestichezza col tedesco, rispetto agli italiani, ma il problema era lo stesso. Si è detto, soprattutto a partire dalla seconda metà del ’46 in poi, che gli alleati, cioè le grandi potenze occidentali, Gran Bretagna, Stati Uniti e la stessa Francia che avevano la possibilità di indagare, arrestare i tedeschi e consegnarli agli italiani, cambiano politica nei confronti della Germania, non più una politica punitiva ma una politica che vuole recuperare i tedeschi nell’ambito della guerra fredda e del blocco occidentale e, dunque, questo frena  le possibilità di mettere le mani sui tedeschi. Benissimo, ma questo valeva anche per gli olandesi, per i danesi, per i belgi che pure hanno fatto molti più processi.
E, allora, un’altra spiegazione che gli storici hanno rintracciato è quella che lega la questione della punizione dei criminali di guerra tedeschi alla punizione dei criminali di guerra italiani perché l’Italia non aveva la stessa condizione, dal punto di vista internazionale, della Francia, della Danimarca, del Belgio e dell’ Olanda. L’Italia aveva partecipato alla guerra a fianco della Germania di Hitler dal ’40 al ’43 e, in quella fase, anche l’Italia aveva commesso dei crimini di guerra, soprattutto nei Balcani, nell’ambito dell’occupazione della Grecia, piuttosto che della Jugoslavia. Da un punto di vista del diritto internazionale, l’Italia, per l’ armistizio e, successivamente, per il trattato di pace, era obbligata a consegnare i propri criminali di guerra agli alleati perché questi fossero puniti al pari dei criminali di guerra tedeschi. Ebbene, gli apparati del ministero degli esteri, soprattutto, ma anche del ministero della giustizia e, in secondo luogo, del ministero della guerra individuano molto rapidamente il problema: noi rivendichiamo il diritto di punire i criminali di guerra tedeschi che, dopo l’8 settembre ’43, hanno commesso i crimini che abbiamo detto, però, contemporaneamente, saremo obbligati a consegnare i nostri criminali di guerra, che non erano pochi. La Jugoslavia ne chiese 750, la Grecia circa 200, l’Albania 142, quindi, sono più di mille i criminali di guerra italiani richiesti da questi paesi. E, allora, si dice, sì, ma attenzione: se noi ci impegniamo a pigiare l’acceleratore dei procedimenti contro i tedeschi rischiamo quello che un diplomatico italiano molto importante, Quaroni, definì l’ «effetto boomerang»; se noi chiediamo agli inglesi e agli americani di consegnarci i tedeschi, saremo obbligati a consegnare i nostri. E, allora, soprattutto il ministero degli esteri, che individua questo nesso, invita a rallentare le richieste dei criminali tedeschi. E questo spiega l’anomalia italiana per cui solo pochi processi sono stati fatti. E, aggiungo, che nessun processo è stato fatto contro i nostri criminali di guerra, tranne quelli richiesti per una particolare categoria di crimini, cioè quei criminali di guerra richiesti da Gran Bretagna e Stati Uniti che avevano commesso delle violenze, o dei crimini, contro i prigionieri di guerra alleati. Quelli, sì, vengono processati, ma coloro che hanno commesso crimini contro i civili in Grecia, in Albania eccetera, non vengono processati.
Facciamo un salto.
Ma quanti erano i criminali di guerra tedeschi implicati nelle stragi in Italia che effettivamente erano stati individuati nominalmente? Un’idea ce la siamo fatta perché, quando, alla metà degli anni 90, è stato scoperto il c.d. «armadio della vergogna», cioè le centinaia di inchieste fatte nel ’44/’45 ed insabbiate, come credo sappiate, nel 1960, allora, si è potuto fare un conteggio. E i conti tornano perché i criminali di guerra tedeschi presenti nei fascicoli dell’«armadio della vergogna» sono circa 500. Ora, i numeri cominciano a tornare. Il problema è che non li si sono portati in giudizio quando lo si poteva fare, a fine anni ’40, inizio anni ’50; si è provato a processarli dagli anni ’90 in poi, dopo il processo Priebke, con tutte le difficoltà e i limiti di una giustizia tardiva, che pure ha enormi meriti. Qui abbiamo un protagonista, il dr Rivello, ex procuratore militare a Torino, questo pomeriggio avremo anche il dr De Paolis, quindi, dei giudici che hanno avuto un ruolo molto importante. Però, ovviamente, questa giustizia tardiva ha i limiti di una giustizia che arriva con decenni di ritardo.
E gli italiani?
Innanzi tutto, dobbiamo dire che sui crimini italiani si sapeva poco, anche a livello storiografico; sì, c’erano gli studi già negli anni sessanta e settanta di storici come Collotti, Sala, Del Boca, Rochat sui crimini sia commessi in Europa, nei Balcani, sia nelle colonie; però, si sapeva poco. Ebbene, negli ultimi 15/20 anni c’è stata una nuova attenzione, uno scavo storiografico molto importante su questi crimini italiani. E qui io ricordo brevemente, ché mi sembra doveroso, una tappa importante di questa riscoperta delle nostre responsabilità. Nel 2005, c’è stato un convegno, organizzato dalla Fondazione ISEC a Sesto S. Giovanni, proprio da Borgomaneri e Ganapini, con pubblicazione degli atti nel 2006, sul mito del «bravo italiano». Però, da un punto di vista giuridico, c’è stato qualche passo avanti, s’è aperta una finestra di intervento molto breve fra il 2008 e il 2009, quando, dopo la realizzazione di un documentario della televisione che si intitola «La sporca guerra di Mussolini», e che riguardava una strage compiuta dagli italiani in Grecia, in un paesino della Tessaglia, Dominicon, una rappresaglia vera e propria dove furono passati per le armi circa 145 greci maschi, ma non donne e bambini, a seguito di un attentato, di un’imboscata di partigiani greci, in cui rimangono uccisi nove soldati italiani, rapporto di 16 a 1, quindi anche noi non scherzavamo, 16 greci messi al muro per ogni soldato italiano ucciso; ecco, dopo la realizzazione di questo documentario, l’ex procuratore militare di Padova, Sergio Dini, scrisse una lettera esposto al[ consiglio del]la magistratura militare italiana in cui diceva: noi ci siamo tanto impegnati negli ultimi anni per processare i tedeschi, sarebbe giusto che noi adesso processassimo anche i nostri criminali di guerra. Questo, da un punto di vista giuridico, secondo Dini, si poteva fare perché era venuto meno un cavillo, chiamiamolo così, che era l’articolo 165 del c.p.m.g. in base al quale, nel ’51, tutte le inchieste sui criminali di guerra italiani che la magistratura militare aveva avviato furono chiusi.
Il cavillo riguardava la mancanza di reciprocità; in sostanza, si può sintetizzare così: siccome gli jugoslavi non processano i loro per le foibe, noi non processiamo i nostri. Sergio Dini, nel 2008, dice: quell’articolo non c’è più, perché il codice militare era stato riformato -mi pare- nel 2002, quindi dovremmo fare i processi. Nel 2009, Antonino Intelisano, (Procuratore Generale Militare) ha aperto un’inchiesta contro ignoti per verificare se qualcuno dei criminali di guerra italiani fosse ancora in vita; ha verificato che c’era una lista di trentina di nomi  fatta dagli italiani, di presunti criminali di guerra nostri, tutti generali: Roatta, Pirzio Biroli, Robotti, tutte persone, ovviamente, già decedute negli anni tra i sessanta e i settanta, quindi, constatato il decesso di queste persone, si è chiuso tutto dicendo: adesso spetta agli storici. Probabilmente, adesso, non ci sono margini per una resa dei conti giudiziaria sui crimini di guerra italiani, anche se mi risulta che il dr De Paolis tenga aperto un fascicolo perché uno dei famigliari delle vittime di Dominicon, che si chiama Statis Somiadis, vorrebbe giustizia e insiste, insomma, si dà molto da fare, però per motivi anagrafici, direi, è molto difficile che questa possibilità si concretizzi. Quindi, la palla resta, o meglio, torna agli storici ma anche alle istituzioni perché c’è una necessità di diffondere la conoscenza di questi fatti, in qualche modo, per fare i conti anche con le nostre colpe.
Mi sono segnato un passaggio dell’intervento del sindaco Pisapia di stamane che ha detto: «tanti giovani ancora non sanno». Molto vero; quindi, deve essere un impegno di tutti far in modo di colmare questa ignoranza sui crimini e su questi episodi; quindi, deve essere anche un impegno delle istituzioni. Per quanto riguarda, noi storici credo che sia un impegno duplice, probabilmente; cioè, la sfida è doppia: non solo scrivere e darci da fare, non solo sui testi e sui libri, e anche quando ci chiamano in televisione o alla radio per informare i nostri giovani, ma credo che la sfida si ponga anche su un piano europeo; cioè, di queste cose ai nostri giovani non possiamo parlare esclusivamente su un piano nazionale italiano, che è il primo livello, ma le dobbiamo inserire nel racconto dei crimini della 2GM che tutti i paesi europei hanno vissuto. Deve, insomma, essere il tentativo di superamento di un approccio esclusivamente nazionale, anche perché l’UE ha delle politiche della memoria molto attive che rischiano in qualche modo di neutralizzare i nostri sforzi se restano solo ancorati al caso italiano. Uno dei pilastri fondamentali della politica della memoria dell’UE, dopo l’ingresso nell’ Unione dei paesi dell’Europa orientale, 2004-2007, è proporre, per dire così, un modello anti totalitario; cioè, si mettono sullo stesso piano i crimini del comunismo e i crimini del nazi[fa]scismo. In questo modello, l’esperienza italiana rischia di essere accantonata perché è ancora largamente diffusa, nel nostro paese, nell’opinione pubblica, sui giornali, nel discorso pubblico un’interpretazione blanda del fascismo, un fascismo come dittatura all’acqua di rose, un fascismo che non è stato un totalitarismo. Questo è molto rischioso, perché se il fascismo, in chiave europea, non è stato totalitarismo e se l’UE dice che dobbiamo condannare tutti i totalitarismi, quello comunista e quello nazista, il fascismo cos’è? Ecco perché credo che la sfida sia quella di lavorare molto sul piano della diffusione della conoscenza storica e di sforzarci il più possibile di ragionare in termini non solo nazionali ma anche europei, seguendo, fra l’altro, mi sembra, l’ orientamento del Quirinale, sempre più chiaro negli ultimi anni.
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sta cercando di muoversi in questa direzione, basta pensare agli interventi che ha fatto in questi ultimi anni, agli incontri con il presidente sloveno e quello croato in cui si è anche parlato delle difficile questione dei crimini italiani, di confine orientale, di foibe in chiave di riconciliazione, guardando avanti alla comune casa europea.