Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento del Prof. Filippo Focardi



Trascrizione risposta
Quesito: I crimini di guerra e il baratto delle colpe.

Qualcuno mi ha chiesto: ma perché non si estradano i criminali di guerra italiani? Cerco di semplificare. Qui la questione, dall’aprile 1944, è governare l’Italia, perché, nel governo legittimo, ci sono, insieme, la monarchia, Badoglio e tutti i partiti del CLN, dai liberali ai comunisti.
Questa formula, come sappiamo, con alti e bassi, poi, con alcune fasi di cambiamento, arriva fino al maggio del ’47, quando De Gasperi butta fuori dal governo socialisti e comunisti. Non a caso, il maggio del ’47 perché, sì, c’è l’inizio della guerra fredda, certo; ma, soprattutto, perché due mesi prima, nel febbraio del ’47, si era firmato il trattato di pace. Questa è la grande questione.
Allora, anche le forze della sinistra, socialisti, azionisti e comunisti, che sono al governo dal ’44, sono classe dirigente e hanno un’esigenza fondamentale che riguarda il destino del Paese: evitare una pace punitiva all’Italia, nazione nemica sconfitta, sottoposta a resa incondizionata, secondo l’armistizio del ’43; evitare di essere trattati duramente dagli Alleati. Qual’è l’intensità di questa esigenza? Altissima, perché Nenni e Togliatti che sono al governo e, non solo, loro, anche De Gasperi, anche i cattolici, hanno la c.d. «sindrome di Weimar».
Che cos’è «la sindrome di Weimar»?
È la paura della classe dirigente antifascista italiana, che, qualora il Paese subisse una dura punizione al tavolo della pace, l’Italia potesse andare incontro a quello che era successo in Germania, negli anni di Weimar, subito dopo la 1GM. Che era successo? L’esercito tedesco imperiale aveva perso la guerra, ma la colpa della sconfitta, del duro trattamento inferto ai tedeschi a Versailles, erano stati riversati sui socialdemocratici, sui liberali, sul nemico interno ed era successo quello che sappiamo: la revenche della destra nazionalista tedesca. Quindi, l’obiettivo fondamentale anche delle sinistre è quello di evitare una fine di quel genere.
Questo spiega perché nessun partito, neanche il partito comunista, nonostante accenni vaghi, accetti di estradare i nostri criminali di guerra. Nessuno lo dice in Italia. Caso mai, la posizione ufficiale è: li processiamo noi, i nostri criminali di guerra, perché noi siamo l’Italia antifascista, non siamo l’Italia di Mussolini. Allora, qui ci sono delle differenze su questo punto, tra le forze moderate, liberali e cattolici, e le sinistre perché, per un certo periodo, molto breve, dalla liberazione di Roma, giugno ’44, fino al maggio ’45, i partiti della sinistra provano a portare in giudizio alcuni criminali di guerra italiani. Sono molto pochi, sono solo i vertici, sono gli ufficiali superiori come Roatta (che poi scappa), non sono affatto i soldati. Ci provano e non ci riescono perché ci sono delle resistenze politiche di vario genere.
Ma poi c’è una svolta che riguarda anche le sinistre: è, di nuovo, la svolta legata a vicende di politica internazionale. In maggio/giugno ’45, gli iugoslavi di Tito occupano la Venezia Giulia e Trieste, cominciano ad arrivare notizie sui crimini commessi contro gli italiani, le c.d. foibe, e, a quel punto, tutta la classe dirigente antifascista italiana capisce che l’Italia è a rischio. C’è un pezzo di territorio molto presente ai nostri cuori che rischia di essere portato via: le terre redente, Trieste, eccetera. Ci sono crimini, sì, ma crimini contro gli italiani. L’analisi, sulla stampa, oltre che nei documenti del governo, nota benissimo un cambiamento: da quel momento in poi, sulla stampa socialista e azionista, dove era apparso poco, ma qualche articolo che denunciava i crimini italiani era apparso, non c’è più alcuna denuncia dei crimini italiani, c’è un compattamento nazionale e, quindi, non si parla più assolutamente delle nostre responsabilità. Si fa muro per proteggere i diritti di questo Paese che rischia di fare una brutta fine, come dimostrano le vicende del confine orientale.
Anche i comunisti hanno una posizione difficile, perché hanno legami molto forti, ovviamente, con l’Unione Sovietica e con Tito. Però sono al governo, rivendicano di essere una forza nazionale italiana e devono tutelare gli interessi nazionali. Allora, si vede che la stampa comunista ogni tanto, molto sporadicamente, pubblica degli articoli in cui denuncia i crimini italiani, ma nelle istituzioni gli uomini di Togliatti si comportano come tutti gli altri, cioè aderiscono alla linea governativa: non li estradiamo, li processiamo noi. Non solo: c’è anche una posizione molto comprensiva rispetto ai crimini italiani. Ad esempio, Fausto Gullo, ministro della giustizia dopo Togliatti, non appena esce la bozza del trattato di pace, nel luglio del ’46, in cui si dice che gli italiani dovranno essere processati per crimini di guerra, ma anche per crimini contro l’umanità e crimini contro la pace, scrive –attenzione-: No, noi crimini contro la pace e contro l’umanità, non ne abbiamo commessi! Ed è curioso vedere come il commento del responsabile degli esteri sia: Hai visto? Questi comunisti la pensano come noi.
Un uomo molto importante di Togliatti, Mario Palermo, sottosegretario alla guerra, uomo di raccordo fra il partito comunista e gli ambienti militari badogliani, fa parte della commissione d’inchiesta, istituita dal ministero della guerra italiano nel ’46, che deve indagare sui crimini di guerra italiani, che ha un atteggiamento però comprensivo, tende a proteggere, a ridimensionare questi crimini, non a incalzare i responsabili, Mario Palermo resta in quella commissione fino al ’51. Cosa c’è di particolare? Di particolare, c’è che il partito comunista è stato estromesso dal governo nel ’47. Ma Mario Palermo resta nella commissione fino al ’51 e, chiaramente, condivide l’orientamento di questa commissione. Quindi, anche la sinistra, per carità di Patria, legata a quella minaccia della «sindrome di Weimar» che vi dicevo prima ha un atteggiamento in linea rispetto ai governi e al Ministero degli Esteri italiano.
Poi, c’è la questione dei collaborazionisti: è stato detto, l’hanno fatta franca,  questa è un’anomalia italiana. Beh, non è che l’hanno fatta franca. Al momento dell’amnistia Togliatti ce n’erano 20 mila in carcere, fra quelli già condannati dalle Corti d’Assise [Straordinarie] e quelli in attesa di giudizio. Chiaramente, poi, con l’amnistia -quello sì- trovano tutti le ali della libertà, diciamo così. Ora, però, -badate bene- l’amnistia è un fenomeno che c’è in tutti i Paesi. C’è in Francia, l’amnistia l’ha fatta la Spagna nel ’77, dopo la fine del franchismo. Ecco, forse, in Italia arriva troppo presto, prima delle altre, ed è intesa in senso molto largo, questo sì. Però, qui c’è un punto interessante e su questo magari chiudo per non rubare troppo tempo.
Quando è stato ripescato il c.d. «armadio della vergogna», in quelle centinaia di fascicoli di inchiesta, c’erano sì 500 nomi di tedeschi di cui si è detto prima, ma ce n’erano anche molti di collaborazionisti italiani. Sono, mi sembra, oltre 360 le notizie di reato che riguardano gli italiani, su oltre 2.200. Quelli non si possono processare perché c’è l’amnistia Togliatti. Qualora fossero ancora in vita, si potrebbe…? No, non si può fare niente!
Stranamente -non so se dire paradossalmente, curiosamente, giudicate voi!-, due anni fa, è stato un tribunale spagnolo a iniziare un’inchiesta contro presunti criminali di guerra italiani, su sollecitazione di un’associazione, soprattutto di italiani che abitano a Barcellona, che si chiama Altra Italia. E ha iniziato delle indagini sugli aviatori italiani che, negli anni della guerra civile spagnola, partendo dalle Baleari, hanno eseguito bombardamenti a tappeto su Barcellona, causando diverse migliaia di vittime. Sono ventuno indagati.
Fra l’altro, ho letto proprio prima, dando un’occhiata a un articolo, uscito su “Venerdì” di Repubblica, due anni fa che uno di questi italiani, tale Paolo Mocci, è presentato come colui che ha gestito l’aeroporto di Linate a Milano per molti anni. Io -relata refero- vi riporto un articolo di Repubblica. Quindi, probabilmente, questa è un’iniziativa che, sul piano giudiziario, arriverà a niente perché, se è difficile trovare in vita qualche soldato italiano che, magari, nel ’43, può aver partecipato ad azioni in Grecia piuttosto che in Iugoslavia, è ancora più difficile trovare in vita qualcuno che ha fatto la guerra di Spagna nel ’37/’38.
Però, questa notizia mi colpisce perché, come gli spagnoli non possono fare procedimenti giudiziari contro i criminali franchisti -il famoso giudice Garzon che c’ha provato, mal glie ne incolse- ma possono fare qualcosa contro gli italiani, così, anche noi non possiamo fare niente contro i nostri collaborazionisti, ma facciamo quello che si può fare, meritoriamente, processando i tedeschi.
E, allora, questo può essere un elemento di riflessione per la sessione di questa sera: il rapporto tra storia, giustizia e memoria.