Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Intervento del Dott. Sergio Fogagnolo

Trascrizione risposta
di Sergio Fogagnolo al quesito posto sul tema del perdono.

Una signora nell’intervallo, parlando dell’organizzazione di questo convegno, mi diceva  che è una forma di perdono. Probabilmente ha ragione, in qualche misura. L’intenzione mia, però, e lo dico molto onestamente, anche a nome dei famigliari dei Quindici, in quanto presidente dell’Associazione che intende assumere la dimensione della rappresentanza di questo gruppo di persone, non è questa. Mentre, sono convinto che sulla faccenda del perdono ci sia molto da dire.
Intanto, richiamando Vidal Naquet, perdonare è un diritto individuale, non è un diritto trasmissibile come l’eredità materiale. Quindi, siamo forse nel campo della filosofia del diritto, però deve essere molto chiaro: il diritto al perdono è un diritto della vittima e i parenti non hanno l’eredità di questo diritto. Nel caso della strage di piazzale Loreto, questo diritto era dei caduti e si è estinto con la loro morte.
C’è, allora, un altro tipo di considerazione: se il perdono è un diritto delle vittime, la domanda che ci si deve porre è: i famigliari dei caduti, sono vittime? La risposta è sì, ma non per quell’episodio bensì per il dolore e i danni materiali e morali che la strage ha causato nel singolo individuo.
Per essere più chiari, facciamo un esempio: io non ho nessun diritto di perdonare chi ha ucciso mio padre; correzione: chi ha assassinato mio padre. È chiaro?
Mentre ho il diritto di perdonare coloro che hanno arrecato a me una serie di dolori e danni morali e materiali con quell’episodio.
Vi dico subito: io non sono un santo e, quindi, non perdono.
Posso, invece, fare un’altra cosa: posso cercare di studiare il problema, cercare di capire le ragioni degli uni e degli altri, esprimere un giudizio morale; ma questo significa esercitare uno spirito critico ed esprimere, infine, un giudizio politico. Ciò significa anche, prima di tutto, disporre delle informazioni necessarie; in secondo luogo, disporre di un apparto critico sufficiente alla funzione e, infine, la capacità di esprimere questo giudizio in termini compiuti.
Il fatto è ciò che è avvenuto dopo la strage: in termini personali, io sono stato separato dalla mia famiglia per almeno quattro anni, e la mia famiglia era solo mia madre, a quel punto. E questo mi ha causato dei problemi.
Il fatto che siamo vissuti senza la possibilità di essere informati -e non sto parlando solo di Sergio Fogagnolo, ma sto parlando anche a nome di tutti coloro le cui famiglie sono state vittime di questa situazione, cioè per tutti i famigliari vittime delle stragi dell’«armadio della vergogna»- ecco, tutti noi abbiamo visto negato il diritto alla memoria.
Vi faccio ancora una volta un esempio concreto.
Su piazzale Loreto, partendo da una ricostruzione di Pisanò, quanto meno fantasiosa e sicuramente in mala fede, la vulgata neofascista dice che i morti tedeschi nell’attentato al camion di viale Abruzzi sono tre, cinque, sette. Vulgata ripresa, in più occasioni, anche da personaggi illustri, il pennivendolo Indro Montanelli, tanto per fare un esempio. Scriveva da dio ma era un farabutto; tanto che, nella seduta del processo Saevecke che si è tenuta in piazza Novelli [qui a Milano], quando gli è stato fatto notare che, con la sua deposizione a favore del Saevecke, stravolgendo e negando addirittura ciò che lui stesso aveva scritto nell’immediato dopo strage, ha fatto un discorso che ha indignato i famigliari, ha risposto testualmente «Me ne fotto». Un vero gentiluomo!
Ecco, allora, questo è altro dolore e su questo bisogna che riflettiamo tutti.
Ma io devo perdonare chi ha nascosto i fascicoli?
Io, come Cittadino, posso eventualmente capire le ragioni di politica internazionale che stanno dietro quella decisione, ma non chiedetemi di condividerle e, soprattutto, di perdonare chi ha preso queste decisioni e chi le rese esecutive.