Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Milano, 10 agosto 1944: la strage di piazzale Loreto

L’attentato di viale Abruzzi
La ricostruzione dell’episodio che ha causato la strage nazifascista di Piazzale Loreto, definita “rappresaglia” per puro opportunismo politico dei nazisti, si basa su diverse fonti e testi.
Un articolo del Corriere della Sera, dell’11 agosto 1944[1], descrive, sia pure in modo indiretto, approssimativo e involontario, il clima di insofferenza della popolazione milanese per l’occupazione tedesca e l’oppressione fascista, illustrando gli effetti di tre episodi diversi: l’attentato a un camion tedesco, guidato dal caporalmaggiore Heinz Kühn (che alle 3 di notte si stacca, probabilmente per un guasto, da una colonna militare, in transito per Milano[2], direzione piazza Ascoli, e parcheggia all’altezza del numero civico 77 di viale Abruzzi); l’uccisione, in piazza Tonoli[3], di un capitano della milizia ferroviaria (illustrato dallo stesso numero del Corriere); e un altro attentato, privo di qualsiasi riscontro documentale, di cui sarebbero rimasti vittime sei bimbi innocenti.
L’attentato di Viale Abruzzi è chiaramente illustrato dal rapporto del capitano Formosa della GNR, che l’addebita a «ignoti»; esso elenca sei morti, cinque feriti, ricoverati prevalentemente all’Ospedale Maggiore di Niguarda, e sei feriti leggeri «medicati e ritornati ai loro domicili». Eccezion fatta per il Kuhn, ferito leggermente ad una guancia, le vittime dell’episodio erano tutti italiani adulti (il più giovane era un ragazzo di 14 anni).


El Carlùn 
La fantasiosa vulgata fascista si basa sulle memorie di Vincenzo Costa che narrano di un immaginario programma nazista di pubbliche relazioni che prevedeva «concerti, spettacoli, ricevimenti, conferenze» per «accattivarsi con ogni mezzo le simpatie della popolazione milanese»[4]. Di quel programma faceva parte anche la distribuzione di generi alimentari che un corpulento graduato tedesco, che i milanesi avrebbero soprannominato El Carlùn, attuava ogni mattina, all’angolo di viale Abruzzi con Piazzale Loreto[5]. Il bonario graduato Karl, come l’azione benemerita che gli viene falsamente attribuita, è ripreso più volte dalle tesi revisioniste, per poter meglio enfatizzare la condanna delle modalità di quellattentato. Tra i tanti, anche Giorgio Pisanò ne fa uso, nella sua monumentale quanto poco attendibile Storia della guerra civile, che illustra la strage di piazzale Loreto, alle pagine 926 e seguenti. Eppure, il già ricordato rapporto del comando di zona della GNR dell’8 agosto non fa alcun riferimento alla immaginaria distribuzione di vivande, tantomeno al mitico Karl. È significativo che la vulgata neofascista non tenga in alcun conto le sue stesse fonti.


I testimoni oculari dell’attentato
Riprendendo la favola di Costa per stigmatizzarla, lo storico Luigi Borgomaneri nel suo libro «Hitler a Milano» riporta: «[…] il camion sarebbe stato adibito al trasporto di verdura, frutta, pane, frattaglie, residui delle mense germaniche distribuiti ogni giorno gratuitamente agli abitanti della zona, inventandosi anche un bonario vivandiere impersonato da Karl, un tedescone corpulento amicalmente soprannominato dalla gente della zona Carlùn. Giuseppina Ferrazza Politi[6], che, allora sedicenne, abitava con la madre al numero 92 di corso Buenos Aires, esattamente allangolo di piazzale Loreto con viale Abruzzi e a settecento metri dal luogo di quellattentato, non ha mai saputo né sentito parlare della prodiga distribuzione di generi alimentari, generosamente elargita dai nazisti». «Se ci fosse stata una cosa del genere - disse -, figuriamoci, con la fame che avevamo in quei tempi, se la voce non sarebbe circolata. Mia madre e io eravamo sole, non potevamo neanche ricorrere alla borsa nera. Ci saremmo precipitate per avere qualcosa»[7].
«Quella mattina, il diciassettenne Riccardo Milanesi[8] - come ci ha raccontato e ha poi confermato davanti al Tribunale militare di Torino – si stava avviando per attraversare lincrocio con viale Gran Sasso, quando sentì unesplosione. Vicino al rimorchio tedesco cera gente per terra che si lamentava. Milanesi, come altri, accorse per prestare soccorso ai feriti e proprio un minuto dopo, quando i soccorritori si andavano assembrando attorno ai primi colpiti, scoppiò il secondo ordigno. Milanesi fu ferito al braccio sinistro, riportandone una invaliditàpermanente».
«Ettore Brambilla[9], un tappezziere quarantottenne, anche lui accorso dal negozio poco distante, fu meno fortunato: ferito mortalmente, morì nelle ore successive».
Né Milanesi, né la figlia di Brambilla fanno cenno alcuno alla generosa iniziativa nazista di distribuire latte, verdura, frutta o altri generi alimentari.

Il presunto ruolo dei GAP
La vulgata neofascista attribuisce lattentato di Viale Abruzzi ai partigiani dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica), nel quadro dei sabotaggi che le brigate partigiane stavano attuando con sempre maggiore intensitàin Milano. La realtà dei fatti è molto meno ovvia di quanto si crede. Fin dallinizio non si ipotizzò alcuna matrice gappista dellaccaduto (nel rapporto della GNR si parla dello scoppio di «due ordigni applicati ad opera di ignoti allautocarro germanico»), e, a oggi, non risulta alcun documento che possa permettere l’attribuzione dellattentato a un commando gappista. Lo stesso comandante della GNR, il colonnello Pollini, in un successivo rapporto, addebitò lattentato a «irresponsabili» non identificati. Infine, Giovanni Pesce, comandante dei GAP milanesi, medaglia doro al valor militare, nella sua deposizione al processo Saevecke, ha testimoniato di non aver mai ordinato lattentato dell8 agosto in viale Abruzzi.
Per certo, possiamo invece concludere che lattentato di viale Abruzzi non è rivolto contro la popolazione civile, che ne è coinvolta solo accidentalmente, come invece sostiene la vulgata neofascista[10] né, tanto meno, contro madri in attesa di latte per i loro figli in tenera età[11].

Il rapporto della GNR (trascrizione)

COMANDO PROVINCIALE DELLA G.N.R. DI MILANO
Comando Presidio di Porta Monforte
N° 76/18 di prot. Div. III Milano, 8 /8/44
 
OGGETTO: Attentato terroristico – Segnalazioni –

AL COMANDO GENERALE G.N.R. P/D/C 707
ALLISPETTORATO REGIONALE DELLA G.N.R. MILANO
AL COMANDO PROVINCIALE DELLA G.N.R. MILANO
ALLA PREFETTURA REPUBBLICANA MILANO
ALLA QUESTURA REPUBBLICANA MILANO
AL COMANDO RAGGRUPPAMENTO G.N.R. MILANO
AL COMANDO GRUPPO PRESIDI IV G.N.R. MILANO

Ore 8,15 di oggi in viale Abruzzi allaltezza dello stabile segnato col N°
77 scoppiavano due ordigni applicati ad opera dignoti allautocarro
germanico con rimorchio targa WM 111092 lì sostante dalle ore 3 di stamane
e affidato allautiere caporal Maggiore Kuhn Heinz, che dormiva nella cabina
di guida.

Decedute 6 persone e precisamente:
1- Zanini Edoardo di Pietro anni 31 – domiciliato a Milano- via Rusco N° 8
2- Giudici Giuseppe fu Carlo anni 60 – domic. a Milano v. Nicola De Puglie
3- Zanicotti Giuseppe fu Angelo anni 28 – dom. Milano via Gran Sasso 2
4- Brioschi Primo – domiciliato a Mezzago, v. del Pozzo 7
5- Moro Gianfranco fu Leonida anni 19 dom. Como, v. Chiesa dAbbate 4
6- La sesta è una donna età apparente anni 35 priva di documenti

Feriti [sic] 11 persone e precisamente:
1- Milanesi Riccardo di Amedeo anni 17 via Baldarino 30 – Ric. Osped. di
Niguarda
2- Castoldi Luigi di Carlo anni 29 – Monza, via Lecco 69
3- Brambilla Ettore di Riccardo anni 48, v. Gran Sasso 5 idem
4- Terrana Giorgio fu Sante anni 26, corso Buenos Aires 92 idem
5- De Ponti Ferruccio fu Luigi anni 28, v. Accademia 53 idem.

Feriti medicati e ritornati ai loro domicili
6- Passera Umberto fu Giuseppe, anni 51 – v. Friuli 65 – Milano
7- Passera Guido fu Giuseppe, anni 46 – v. Friuli 65 – Milano
8- Abbia Arnaldo fu Francesco, anni 29, corso Buenos Aires 25 – Milano
9- Cattaneo Luigi fu Giovanni, anni 14, viale Monza 9 – Milano
10- Robbiati Achille fu Carlo, anni 48 – viale Abruzzi 84 – Milano
11- Capol. [sic] Magg. Kuhn Heinz, ferito leggermente alla guancia destra.

Il Capitano Comandante
(Concetto Formosa)

La Strage
All’alba del 10 agosto 1944, in piazzale Loreto, a Milano, un plotone della legione autonoma Ettore Muti, comandato dal capitano Pasquale Cardella[12] fucila quindici partigiani, prelevati dal reparto a gestione nazista del carcere milanese di San Vittore. Alle 4.30 del mattino, nel carcere di S. Vittore, i prescelti furono selezionati personalmente dal capitano delle SS Theodor Saevecke, comandante della sicurezza nazista per mezza Lombardia e responsabile anche della conduzione del carcere milanese. I prigionieri giunsero in piazzale Loreto verso le 5.45, furono addossati, in qualche modo, allo steccato che c’era all’angolo di via Andrea Doria e furono fucilati disordinatamente[13]. Poi, inseguito e ucciso brutalmente il ferito Soncini, che, tentata la fuga, si era rifugiato in un palazzo di via Palestrina, due militi della Muti ne riportarono il corpo in piazzale Loreto, lo trascinarono sprezzantemente per i piedi e lo gettarono sul mucchio[14]. Alle 6.10 era tutto finito. I corpi furono ammucchiati uno sull’altro e, in cima al mucchio, fu apposto «un cartello che indicava la rappresaglia per l’attentato di Viale Abruzzi[15]» firmato dal comando tedesco. Ai fucilandi fu negata ogni parvenza di processo e, perfino, il conforto religioso che «non si è mai negato neppure al più abbietto assassino[16]».
L’ordine di fucilazione, impartito da Saevecke, fu poi girato, per la parte operativa, al colonnello Pollini della GNR[17]. Secondo la testimonianza dell’ex vice prefetto dell’ epoca, dottor Alberto Bettini, resa alla Corte d’Assise Straordinaria in data 28 agosto 1945, i fucilati avrebbero dovuto essere 45[18] poi ridotti, per autonoma decisione del comando lombardo delle SS, a 25 e in seguito a quindici. Infatti, durante una telefonata al colonnello von Kolberck, il capitano Saevecke lo informò che era stato possibile preparare solo quindici nominativi per la pianificata rappresaglia in risposta all’ attentato di viale Abruzzi[19]. Il merito della riduzione, quindi, non è, come ama dire la vulgata neofascista, del fascismo repubblichino; anzi, secondo la testimonianza dell’Obersturmführer SS Eugen Krause[20], appartenente all’Aussenkommando SS di Milano, durante la riunione nell’ufficio del generale von Goldbeck all’Hotel del Turismo di Milano, il colonnello Pollini della GNR, il maggiore Bossi dell’UPI, il capitano Cardella della Muti, e altri fascisti «suggerirono l’impiccagione di un centinaio di persone davanti alla stazione di Milano». La testimonianza di Krause conferma l’affermazione di Bettini, secondo la quale il fascismo milanese aveva proposto di eliminare un numero di ostaggi ben più elevato.
Infine, il comunicato della Gestapo[21], che annuncia l’avvenuta fucilazione, elenca nominativamente 26 detenuti complessivi, indicando i quindici fucilati, la «graziata» Giuditta Muzzolon che sarà inviata al campo di concentramento di Ravensbrück (si salverà e rientrerà a Sesto S. Giovanni poco dopo la fine della guerra) e i nomi dei dieci partigiani che «hanno avuto commutata la pena di morte nella condanna al penitenziario, ove rimarranno fino a quando non si verifichino ulteriori atti di sabotaggio». Nella realtà, saranno inviati ai campi di sterminio di Flossemburg, prima, e di Dachau, poi: se ne salveranno solo la metà. Alle 4.30 del mattino, al momento di uscire dal carcere, per il trasferimento sul luogo della fucilazione, ai quindici furono distribuite delle tute da operai per far loro credere che li avrebbero portati a lavorare per la Todt. Sul libro matricola del carcere, il piantone di servizio annota “Partiti per Bergamo”[22].
All’epoca, Piazzale Loreto era il punto di convergenza del traffico dei pendolari milanesi verso le fabbriche della Brianza e di quello dei pendolari della provincia verso Milano. I nazisti non scelsero casualmente il luogo dell’esecuzione: volevano trasmettere un messaggio duramente intimidatorio alla popolazione e alla Resistenza e il maggior numero possibile di persone doveva vedere e sapere. Negli orari di punta dei giorni lavorativi, il transito dei pendolari contava diverse decine di migliaia di lavoratori[23]. Ma in quell’occasione, la voce del raccapricciante episodio corse rapidamente di bocca in bocca e, raggiungendo anche semplici cittadini, moltiplicò enormemente il numero dei passanti che temevano di poter riconoscere parenti o amici nei poveri corpi straziati.

Dopo la strage
Anche le modalità del dopo strage furono particolarmente efferate. I militi della Muti offesero i poveri corpi in tutti i modi: non risparmiarono calci e sputi in segno di disprezzo[24], alcuni di loro mangiavano fette di anguria e sputavano i semi sui cadaveri[25], un gruppetto di ausiliarie fasciste si pulì le scarpe nei vestiti delle vittime[26], una delle guardie orinò al riparo dello steccato[27].
Lo sprezzante maltrattamento riservato ai morti si estende anche ai parenti.
Nella testimonianza che la signora Fogagnolo rese alla 78th Special Investigation Branch inglese[28], che nel 1946 indagò sulla strage[29], dice che il corpo di suo marito presentava ferite d’arma da fuoco allo stomaco e al petto, ma il cranio - dice testualmente - era «sfracellato»; ora possiamo dire, con certezza quasi assoluta, che fu a causa dei calci dei militi fascisti.
La sorella di Giulio Casiraghi, Pinetta[30], convalescente dopo un’operazione di appendicite, sente parlare della strage dai vicini di casa, a Sesto San Giovanni. Temendo per la sorte del fratello Giulio, in carcere a Milano, decide di andare in piazzale Loreto a vedere.
Un milite fascista l’apostrofa: «Cosa cerca»?
«Sto cercando mio fratello».
«Ma suo fratello è un delinquente»?
«No. Forse, l’unico sbaglio che ha fatto è di aver pensato più agli altri che a sé. E ha sempre lavorato; fin troppo».
Il brigatista nero alza le spalle, si volta, va verso il mucchio di morti, ne prende uno a caso per i capelli, gli alza la testa per farglielo vedere e chiede: «È questo»?
«No», risponde la Pinetta.
Poi passa a un altro e la scena si ripete. Poi a un altro ancora, e così per diverse volte.
Quando solleva la testa di Fogagnolo, la Casiraghi lo riconosce e capisce che lì c’è anche suo fratello Giulio. Disperata si allontana dalla piazza e torna a casa.
L’evidente vilipendio dei poveri morti si manifestò anche nei confronti dell’allora diacono, Giovanni Barbareschi, che, mentre impartiva la benedizione alle salme per preciso incarico del cardinale Schuster, fu interrotto, in malo modo, dai militi della Muti e fu sollecitato a sbrigarsi. Il comando nazista, infine, ordinò che i poveri corpi rimanessero esposti per l’intera giornata[31] e fu solo per il risoluto intervento del cardinale Schuster, che minacciò di provvedere personalmente alla rimozione[32], che, ormai quasi a sera, si poté finalmente toglierli dal piazzale nel tardo pomeriggio e trasferirli all’obitorio.
Perfino i passanti sono vittime di quella violenza.
Un quindicenne, ex allievo del maestro Principato, che passava in bicicletta per viale Brianza, fu obbligato a scendere da un suo quasi coetaneo, armato fino ai denti, in divisa della Muti, e fu costretto, armi alla mano, ad andare a vedere «come si giustiziano gli antifascisti»[33].
Una anziana donna che, scorgendo tra i morti il viso di un giovanissimo, disse: «Por fioeu!», fu subito minacciata da un milite fascista: «Cos’hai detto? Se lo ripeti ancora, ti faccio fare la stessa fine di questi banditi[34]»!
Ma quando uno spettatore, indubbiamente fascista, prese la mira per bene e sparò alcuni colpi di pistola nel mucchio dei poveri corpi in segno di disprezzo, non ci fu alcuna reazione da parte dei militi della Muti, evidentemente compiaciuti per il gesto[35].
Di tutto questo non c’è più traccia nella memoria collettiva perché, il 10 agosto ’44, le ben lontane cineprese di Combat Film erano impegnate nei dintorni di Firenze, che sarà liberata il giorno dopo. Il 29 aprile ’45, invece, in piazzale Loreto c’erano e documentarono la collera della folla inferocita contro il tiranno e i suoi gerarchi, che avevano tradito la fiducia della nazione, trascinandola nella catastrofica, sanguinosa avventura della guerra mondiale.
Il film dell’incivile episodio (ma quando mai un fatto rivoluzionario può essere “civile”?) è spesso riproposto dai programmi televisivi di storia e di cronaca storica, quando si vuole ricordare l’ingloriosa fine di Mussolini. Ciò ha contribuito al consolidamento della memoria collettiva di questo evento mentre, non disponendo di un film, la stessa cosa non è avvenuta per la strage nazifascista del 10 agosto ’44.
 
Responsabilitàtedesche
Probabilmente, la fucilazione di piazzale Loreto rientrava, come altre esecuzioni avvenute in quel periodo (Greco, Robecco, campo Forlanini), nel programma di feroce repressione nazista dell’attività partigiana, già ampiamente collaudato durante l’ occupazione dell’Est Europa: allescalation del clima insurrezionale doveva corrispondere lescalation del terrore per evitare che la solidarietà della popolazione e delle masse operaie potesse ulteriormente ingrossare le filapartigiane. Fu per tale motivo che, prendendo a pretesto la morte di civili e speculando sulla difesa dellordine pubblico, i nazisti tentarono di assicurarsi il consenso della cittadinanza alla repressione della lotta partigiana.

La vulgata neofascista e gli assassini della memoria [36]
Nel suo «Promemoria urgente per il duce[37]» il capo della provincia Parini dice chiaramente che l’ordine della rappresaglia fu impartito dal comando tedesco, senza alcuna preoccupazione per la proporzione numerica, ma solo per affermare il controllo nazista del territorio: Milano è il crocevia da cui devono passare le truppe naziste schierate nel basso Piemonte, in Liguria e nel sud della Lombardia, in occasione della ormai quasi certa ritirata per proseguire verso il Brennero. Considerato, poi, che l’ attentato di Rastenburg al Führer è recentissimo[38], non è da escludere che lo zelo giochi una sua parte nell’atteggiamento delle gerarchie naziste periferiche, e lombarde in particolare.

Parini esprime un’inequivocabile insofferenza delle istituzioni repubblicane per la palese subordinazione all’autorità nazista che ne limitava l’autonomia, mettendole nella condizione di non poter fare sfoggio della loro efficienza e della loro attitudine militare; ma manifesta anche un pesantissimo giudizio sull’episodio: «il modo della fucilazione era stato quanto mai irregolare e contrario alle norme». Tanto che conclude dicendo: «Non vi nascondo che mi sento profondamente a disagio nella mia carica, giacché il modo di procedere dei tedeschi è tale da rendere troppo difficile il compito di ogni autorità e determina una crescente avversione da parte della popolazione verso la repubblica». Vale la pena di ricordare che, in seguito alla vicenda, Parini ritenne opportuno dimettersi da capo della provincia. Processato dalla Corte d’Assise Straordinaria, come esponente di spicco del fascismo milanese, nell’ottobre 1945, per questo suo gesto otterrà una sentenza di condanna[39] relativamente mite: 8 anni e quattro mesi di carcere, che saranno poi cancellati in Cassazione, per la sopravvenuta “amnistia Togliatti”.
D’altra parte, la scelta del posto, la fucilazione e la crudeltà della lunga esposizione dei corpi martoriati lasciarono un segno indelebile nella popolazione milanese e nelle file della Resistenza, caricando di un forte valore simbolico il luogo e l’evento. Se non lo si comprende, resta davvero difficile capire a pieno il secondo e più noto episodio legato a Piazzale Loreto: l’esposizione dei cadaveri di Mussolini, della sua amante e dei gerarchi fascisti il 29 aprile 1945.
La pubblicistica neofascista, postfascista, e anti-antifascista, spesso si lascia andare ad affermazioni azzardate e, talvolta, indecenti, come quando, Franco Bandini dice che è un «peccato mortale tramandare storicamente “lezioni” dei fatti adulterate, al solo scopo di rimuovere colpe ed errori[40]».
Oppure, citando Vittorio Messori: «[…] in quel fiume di parole che continua da ormai sessant’anni, nessuno dice come andarono davvero le cose. È solo l’amore per la verità che deve contrassegnare un cristiano che mi spinge a ricordare lo svolgimento dei fatti, non certo una qualche simpatia per il fascismo, per il quale ho la stessa estraneità, anzi orrore, che nutro verso il comunismo[41]». Messori dichiara di rifarsi alle memorie di Vincenzo Costa, secondo lui fonte unica, attendibile e inequivocabile, capace di spiegare come sono andate davvero le cose; altro che «i sacerdoti della fruttuosa retorica resistenziale»! Sono passati poco più di cinque anni dal processo Saevecke e Messori, colpevolmente, non se n’è nemmeno accorto. E, infatti, ne ignora esiti e documenti. Non lo sa o non vuole saperlo? Mah!

Il processo Saevecke

Il processo a Theodor Saevecke, unico superstite dei diciotto responsabili (14 nazisti e quattro fascisti) individuati nominativamente dal rapporto della 78th SIB[42] inglese, fin dal 21 maggio 1946, si apre nel settembre 1997 e si conclude il 9 giugno 1999, con una sentenza di condanna all’ergastolo che, non essendo appellata dal criminale di guerra nazista, sarà definitiva nel dicembre dello stesso anno. Difeso d’ufficio con i soldi dei contribuenti italiani, per interporre appello, avrebbe dovuto pagare di tasca sua un difensore di fiducia. Ma non volle spendere neppure una lira, per una questione che per lui non si poneva: nazista era, e nazista rimase fin sul letto di morte.
Saevecke, con l’arroganza tipica del nazista convinto e tutt’altro che pentito, nelle more del processo italiano, ha querelato per diffamazione il Procuratore Militare di Torino, dr Pier Paolo Rivello, per avergli chiesto conto dei suoi crimini, durante l’occupazione nazista della Lombardia. L’azione legale cadrà nel nulla, estinguendosi per la morte del criminale di guerra nazista.
Alle udienze del processo Saevecke, che si protraggono per un anno e mezzo circa, partecipa un folto gruppo di partigiani coi capelli bianchi, la cui partecipazione è composta e sentita.
Non ci sono reazioni emotive, isteriche o sopra le righe, neppure quando la testimone alto-atesina Frieda Unterkofler disconosce le sue due precedenti deposizioni: quella agli inquisitori inglesi del 1945 e, la più recente, al pm Pier Paolo Rivello, del 1997. O quando, l’ex tenente della Muti, Manlio Melli, noto criminale di guerra, sadico torturatore di partigiani, e in particolare di partigiane, si rivolge all’avvocato Maris in modo arrogante e offensivo. Né quando, nella sede milanese dell’Aeronautica Militare, durante la sessione straordinaria tenuta a Milano, per un riguardo all’età del teste a difesa, Indro Montanelli, egli smentisce se stesso, per favorire il criminale nazista, che gli ha permesso di “evadere” dal carcere di San Vittore, il 1° agosto del ’44.
Quando, il 9 giugno 1999, il processo si concluse con la sentenza di condanna all’ ergastolo di Saevecke, un lungo, caloroso applauso liberatorio percorse l’aula del Tribunale Militare di Torino.
Uno dei partigiani coi capelli bianchi, del gruppo dei dieci prigionieri “graziati” e trattenuti come ostaggi, che finirono prima a Flossemburg e poi a Dachau, figlio di uno dei fucilati, non poté trattenersi e, con voce spezzata dalla commozione, gridò: «Viva la Repubblica, viva la Resistenza![43]»

Milano, 31 agosto 2020
Associazione «Le radici della Pace - I 15»
Il presidente
Sergio R. Fogagnolo



[1] L’articolo intitolato: “Severe rappresaglie in seguito ad atti terroristici”, è collocato nella sezione Corriere Milanese, e riprende quasi testualmente il testo del comunicato del comando della sicurezza nazista. Archivio Associazione Le radici della Pace.
[2]  Cfr. il rapporto del capitano Formosa della GNR 8/8/44, disponibile in ASM, Fondo GNR 64, B 36, fasc. 7, s. f. 8.
[3]  Oggi piazza Ascoli.
[4]  Cfr. Vincenzo Costa, L’ultimo federale. Memorie della guerra civile (1943 - 1945), il Mulino, Bologna, 2005, pag. 106 e seguenti, da cui poi attinsero altri pseudo storici e assassini della memoria.
[5]  Si noti che il già citato rapporto della GNR (cap. Formosa) dell’8 agosto colloca l’attentato all’altezza del civico 77 del viale, che dista quasi un chilometro da piazzale Loreto.
[6]  Testimonianza di Giuseppina Ferrazza Politi, rilasciata l’8 marzo 2000 a Luigi Borgomaneri. La signora Ferrazza Politi, unico testimone fino ad oggi rintracciato dell’eccidio di Loreto, all’alba del 10 agosto 1944 fu svegliata dai motori degli automezzi che trasportavano vittime e carnefici, e dalle persiane socchiuse della sua assistette a tutte le drammatiche sequenze del massacro. Il 13 ottobre 1998, essa ha reso la sua deposizione davanti al Tribunale militare di Torino, illustrando una ricostruzione degli avvenimenti sofferta e commossa.
[7]   Cfr. Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano, Datanews, Milano, 2000, pag. 126.
[8]  Deposizione di Riccardo Milanesi al Tribunale militare di Torino, 9 dicembre 1998. Cfr. Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano, citato, pag. 128.
[9]  La deflagrazione dei due ordigni in successione ravvicinata è stata confermata dalla figlia di Ettore Brambilla che ha preferito non essere citata in giudizio. Ibidem.
[10] Cfr. V. Costa, L’ultimo federale, citato, pagg. 106 e segg., a cui poi attinsero altri pseudo storici e «assassini della memoria».
[11]  G. Pisanò, Storia della guerra civile 1943-1945, FPE, 1965, vol. II, pag. 926 e segg. La mistificazione di Pisanò nasce dalla consultazione in anteprima del manoscritto di Costa, che l’autorizza a farne l’uso che crede. Sarà ripresa più volte dalla stampa neofascista o, più semplicemente, di destra. 
[12]  Tribunale Militare di Torino, atti del processo Saevecke, documento da n. 913 al n. 915, Archivio del Tribunale Militare di Verona. La sentenza è consultabile al sito del ministero della difesa: 
http://www.difesa.it/Giustizia_Militare/rassegna/Processi/Pagine/SaeveckeTheodorEmil.aspx consultato il 18 marzo 2018. Tutti gli atti del processo Saevecke sono stati versati all’Archivio del Tribunale Militare di Verona nel 2008, anno in cui il Tribunale Militare di Torino fu soppresso e le sue competenze furono trasferite a quello di Verona.
[13]  Cfr. «Promemoria urgente per il duce» del prefetto Parini, Archivio storico CVL, ASM, fondo CVL, busta 40, fascicolo 5, sottofascicolo 5, documento n. 455, datato a mano 10/8/44. Cfr. anche L. Borgomaneri, Hitler a Milano, Datanews Editrice, 2010, pag. 134 e la deposizione di Giuseppina Ferrazza al processo Saevecke, unica testimone oculare ancora in vita, inserita anche nel film «Partiti per Bergamo», Ass. Le radici della Pace, 2010.
[14]  Cfr. Prefetto Piero Parini, Promemoria urgente per il duce, citato. 
[15]  Idem.
[16]  Idem.
[17]  Idem.
[18] Interrogatorio del dottor Alberto Bettini, Corte d’Assise Straordinaria di Milano (d’ora in poi CAS Milano): atti processuali della sentenza 261/291 del 27/10/45. ASM, Busta 20, fasc. 261 (attualmente mancante per errata archiviazione) e Fondo CAS Milano - vol. 3°.
[19]  C' Detachement, 78th Section SIB [Special Investigation Branch], C.M. Police. Statement of: Morgante Elena. 4 Apr 46, in ProWo, 310/204. Testimonianza resa a Milano al RSM Vickers J., matricola 14258093. Da Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano, citato, pag. 139, nota 233.
[20]   Tribunale Militare di Torino, Atti del processo Saevecke, documento 134-141, pag. 5.
[21]   Archivio dell’associazione «Le radici della Pace».
[22]   Ibidem.
[23]   AA.VV., Che c’è di nuovo? Niente, la guerra. Edizioni Gabriele Mazzotta, Milano marzo 1997, pag. 283-284.
[24]   Testimonianza di Adelina Del Ponte. Cfr. il film «Partiti per Bergamo», Ass. Le radici della Pace, 2010.
[25]   Cfr. E. Ferri, L’alba che aspettavamo, Oscar Storia, Mondadori, 2006, pag. 149.
[26]   Testimonianza di mons. Giovanni Barbareschi, durante la realizzazione del film «Partiti per Bergamo», Ass. Le radici della Pace, 2010.
[27]   Testimonianza di Franco Loi. Cfr. il film «Partiti per Bergamo», Ass. Le radici della Pace, 2010.
[28]  Cfr. Atti del Processo Saevecke, Tribunale Militare di Torino, documenti 1182 e 1183, dichiarazione di Fogagnolo Fernanda, raccolta dalla 78th SIB il 19 aprile 1946, a firma del cap. J. Vickers, oggi nell’archivio del Tribunale Militare di Verona. 
[29]   L’indagine della 78th SIB, particolarmente accurata, terminava il 21 maggio 1946 con l’individuazione nominativa di 18 responsabili (14 nazisti e 4 fascisti). Cfr. Atti del Processo Saevecke, documenti 913 ÷ 915, a firma dei capp. J. Vickers e R. J. Masters, oggi nell’archivio del Tribunale Militare di Verona. 
[30]   Testimonianza di Giuseppina Casiraghi, detta Pinetta, in Franco Alasia, La vita di prima, Vangelista Editore, 1984, pag. 245-247.
[31]   Cfr. «Promemoria urgente per il duce», citato.
[32]   Cfr. Cardinale Ildefonso Schuster, Gli ultimi tempi di un regime, La Via, Milano, 1946, pag. 23.
[33]   Testimonianza di Alfredo Barberis. Cfr. il film Partiti per Bergamo, Ass. Le radici della Pace, 2010.
[34]   Testimonianza di Franco Loi. Cfr. il film Partiti per Bergamo, Ass. Le radici della Pace, 2010.
[35]  Testimonianza di Camilla Cederna. Cfr. AA.VV., Milano in guerra, Feltrinelli, 1979, pag. 17. Ripreso anche da R. Cenati, A. Quatela, Alle fronde dei salici, ANPI Milano, 2007, pag. 18.
[36]   Titolo di un famoso libro di Pierre Vidal-Naquet, docente di  Storia greca presso la prestigiosa Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales.
[37]   Cfr. Il prefetto Parini, Promemoria urgente per il duce, ASM, Fondo CVL, B 40, fasc. 5, s. f. 5.
[38]   L’attentato di Claus von Stauffenberg a Hitler alla «tana del lupo», noto anche come «Operazione Valkiria», avviene il 20 luglio 1944.
[39]   ASM, Fondo CAS Milano, vol. 3°, sentenza 261/291 del 27/10/45.
[40]   Il Giornale, 1 settembre 1996, Franco Bandini, “Rappresaglia. Ecco come si comincia”.
[42]   Tribunale Militare di Torino, Processo Saevecke, atti processuali, documento dal 913 al 915.
[43]   Si tratta di Eugenio Esposito, figlio di Andrea, fucilato in piazzale Loreto.