Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca non dimenticate.
Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi.
Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia.
Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi.
Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, e il dolore dell 'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.

Julius Fucik eroe e dirigente della Resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943

il vilipendio degli uccisi

Piazzale Loreto 10 ago 1944
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Salvatore Principato

Salvatore PrincipatoNasce il 29 aprile 1892 a Piazza Armerina (Enna). Medaglia d'argento della Prima Guerra Mondiale. Appena ventenne fu processato e assolto per aver animato con altri giovani una protesta a Piazza Armerina contro il monopolio di un'impresa di trasporti che si opponeva ad ogni forma di miglioramento a favore della popolazione locale. Giunto a Milano incomincia una fervente attività politica socialista, frequentando la casa di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, collaborando con Giacomo Matteotti, con i fratelli Rosselli e, più avanti, con Giuseppe Faravelli.

Maestro elementare dal 1913 insegna Vimercate e a Milano nelle scuole Giulio Romano Tito Speri e Leonardo da Vinci dove é conservato un busto in sua memoria.

Deferito nel 1933 al Tribunale Speciale di Roma, fu rilasciato dopo oltre tre mesi di carcere. Fece parte della 33^ Brigata Matteotti, fu nel secondo e nel terzo comitato antifascista di Porta Venezia e nel Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola. A Milano, in via Cusani 10, gestiva anche una piccola officina meccanica allo scopo di arrotondare lo stipendio di maestro e di mascherare uno smistamento di propaganda clandestina. Qui, su delazione, fu arrestato dai nazifascisti nel luglio 1944. Fu imprigionato nel carcere di Monza, dove fu torturato dalla polizia fascista che gli ruppe anche un braccio. Successivamente fu trasferito nel carcere milanese di San Vittore.

La figlia Concettina ricorda: Mia madre andava dappertutto per avere notizie e per avere un colloquio. Ci dissero di parlare con un capo tedesco che abitava in una villetta a Monza e che era molto influente. Ci andammo, e quando ci ricevette ci trovammo davanti un indi­viduo arrogante in divisa nazista, che parlava in milanese. Impietrite sulla sedia gli chie­demmo di mio padre e lui ci rispose, sempre in milanese, che non sapeva chi fosse questo Principato, ma che avevano preso uno, che era uno dei capi, gli avevano spezzato un braccio e che gliel'avrebbero fatta pagare cara. Senza parole venimmo

via, ma avevamo un quadro disperato nel cuore.”

In una commovente lettera inviata dal carcere di Monza alla moglie e alla figlia, il 31 luglio 1944, Salvatore Principato scrive: Titti carissima, (...) Io sono costantemente vicino a te e alla mamma. Sapervi tranquille e che non vi lasciate mancare il possibile mi é di gran conforto e mi rende più tranquillo. (Concettina Principato, ripensando a quella tragica mattina del 10 agosto, dichiara che “dopo lo smarrimento, l'angoscia, il dolore, sentimmo che ora toccava a noi. Ci unimmo subito a Nanda Fogagnolo, vedova di uno dei quindici, che abitava vicino a noi, in via Pacini. In accordo con le altre famiglie dei quindici, facemmo dire una messa, ognuno nella parrocchia della sua zona per richiamare l'attenzione della gente. Naturalmente i fascisti erano presenti e facevano buona guardia, ma non poterono intervenire nella chiesa, che era gremita!).

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Angelo Poletti

Angelo PolettiNasce a Milano il 29 giugno 1912. Di famiglia proletaria lavora come operaio specializzato negli stabilimenti della Isotta Fraschini. Nel 1934, con altri operai, organizza il primo gruppo clandestino socialista all'interno della fabbrica, riunendo una trentina di lavoratori. Bisognava stare molto attenti perché nello stabilimento operava una sezione dell'Ovra, la polizia politica fascista. Tra l'agosto e il dicembre 1942 é tra gli organizzatori delle prime agitazioni sindacali che sfoceranno negli scioperi del marzo 1943 e nell'occupazione dello stabilimento il 25 luglio 1943. Nella notte del 25 luglio, con altri compagni, riesce ad appiccare il fuoco alla sede fascista in piazza San Sepolcro. L'8 settembre 1943 Poletti contribuisce a gettare le basi della 44^ Brigata Matteotti, di cui fu il Comandante sino al giorno del suo arresto, e a estendere l'organizzazione clandestina a molti stabilimenti: Borletti, Cge, Loro Parisini. Poletti non ha un attimo di sosta: tiene i collegamenti con le formazioni che si sono costituite in montagna e partecipa ad azioni armate in città contro i tedeschi e i fascisti; in una di queste viene ucciso il maresciallo delle SS che comandava e torturava a San Vittore. Ricercato da tutte le forze di polizia, Angelo Poletti si allontana per un mese da Milano, unendosi ai partigiani della montagna, ma ben presto torna in città con un carico d'armi da riparare. A Milano, in via Anfiteatro c'era una piccola officina il cui titolare era collegato con le formazioni partigiane: E' li che Poletti porta a riparare una mitragliatrice ed é li che si reca il 5 marzo 1944, non vedendo ritornare i due giovani che aveva mandato a ritirare le armi. Nell'officina trova ad aspettarlo le SS. Viene arrestato e tradotto a San Vittore nel raggio dei detenuti comuni. Il suo comportamento in carcere é esemplare: resiste alle torture e non confesserà mai i nomi dei suoi compagni. La mattina di quel tragico 10 agosto, prima di salire sul camion, Poletti scrisse poche, ma commoventi righe, su un foglietto: "Muoio per la libertà. In alto i cuori, viva l'Italia.”

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Vittorio Gasparini

Vittorio Gasparini Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Medaglia d'Oro al valor militare
Capitano di cpl. degli Alpini Partigiano combattente
Data del conferimento: 23/07/1947
Motivazione:
Si prestava volontariamente a cooperare con il fronte clandestino di resistenza della Marina militare raccogliendo e inviando preziose informazioni militari, politiche ed economiche risultate sempre delle più utili allo sviluppo vittorioso della guerra di liberazione. Arrestato dai tedeschi e torturato per più giorni consecutivi resisteva magnificamente senza mai tradirsi né rivelare i segreti a lui noti, addossandosi le altrui colpe e riuscendo con ciò a scagionare un compagno che veniva liberato. Condannato a morte veniva barbaramente fucilato in una piazza di Milano, poco discosta dalla propria abitazione e dai propri familiari. Elevato esempio di indomito coraggio e di incrollabile forza morale, ammirevole figura di ufficiale e di martire che ha coronato la propria esistenza invocando la Patria. Milano, 1° gennaio -12 agosto 1944
(fonte: http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=14468)



Lettera del 3 ottobre 1947 dello Stato Maggiore della Marina A sinistra: Lettera del 3 ottobre 1947 dello Stato Maggiore della Marina

A destra: Decreto del Ministero della Difesa - Marina del 25 luglio 1947 di conferimento della Medaglia d'Oro al Valoere Militare

Decreto del 25 luglio 1947 Ministero della Difesa - Marina di conferimento della Medaglia d'Oro al Valore Militare Vittorio Gasparini
Lettera di Mons. Ratti del 10 agosto 1944 alla moglie Lettera di Mons. Ratti
del 10 agosto 1944
alla moglie.
(prima e seconda parte)
Lettera di Mons. Ratti del 10 agosto 1944 alla moglie. (seconda parte) In alto:
fotografia di
Vittorio Gasparini





Nasce ad Ambivere, in provincia di Bergamo, il 30 luglio 1913. La sua fede cattolica stata la scintilla da cui scaturito un impegno continuo: stato membro attivo dell'Azione Cattolica
a Bergamo e amico di don Antonio Seghezzi, che partecipa alla Resistenza in montagna, scelta che gli costa la deportazione a Dachau, da dove non ritornerà. Negli anni dell'Università Gasparini partecipa attivamente alla Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e dopo la laurea in economia e commercio entra nel Movimento laureati. Diviene capitano degli alpini e dirigente di grandi complessi industriali.

Vittorio scampato alla chiamata alle armi quando scoppiata la Seconda Guerra Mondiale perché lavorava a Roma nella Bomprini Parodi Delfino, fabbrica di esplosivi considerata indispensabile ai fini della produzione bellica.

Ma dopo l'8 settembre 1943 si é gettato nella mischia facendo una scelta decisiva: diventato collaboratore del servizio strategico del Comando della 5^ Armata americana nel ruolo di partigiano combattente. Ha lasciato la capitale per accettare un posto da dirigente nello stabilimento di Montichiari della sua ditta: in realtà si trattava di una copertura per la sua attività di collaboratore ai servizi segreti alleati che si svolgeva in piazza Fiume (l'attuale piazza della Repubblica) a Milano dove aveva allestito un centro radio clandestino.

Con pochi amici garantiva il collegamento con le organizzazioni dei partigiani per dare tutte le notizie che potevano interessare sull'attività tedesca. Raccoglieva fondi sia per alimentare la cellula, sia per aiutare le formazioni patriottiche nelle Alpi e in Romagna; e faceva da collegamento tra gruppi che operavano in altre zone.

Lo spionaggio nemico ha stretto il cerchio attorno a lui fino a localizzare, nel maggio 1944, il centro radio clandestino. I due operatori presenti al momento dell'irruzione delle SS si sono gettati dalla finestra per sottrarsi alla cattura. Uno dei due morto, l'altro ferito é stato indotto con l'inganno a rivelare i nomi dei compagni da soldati travestiti da partigiani.

Così Gasparini viene arrestato ai primi di giugno e condotto a San Vittore.



Biglietti inviati da Vittorio Gasparini ai famigliari da San Vittore

Trascrizione del testo del biglietto.

Nota metodologica

I numeri in corsivo stanno a indicare la progressione dei bigliettini nella trascrizione dattiloscritta; probabilmente, la carta dell’originale è quella carta velina che all’epoca si usava per fare le copie dattiloscritte (le c.d. “copie a carta carbone”); quando il numero è seguito da una lettera (a oppure b) sta a indicare che il testo nel biglietto è diviso in due (lato a = sx, lato b = dx) rispettando la piega manuale (si vedano il paragrafo che inizia con “Gasparini ottenne …” e quello prima delle domande).
Gasparini numera i fogli dei bigliettini da uno a tre per indicare la progressione logica nella lettura del testo; questo è il significato del numero 3) incasellato nel margine del biglietto 5. Ciò, talvolta, ingenera però confusione con la numerazione argomentativa del testo (almeno nella trascrizione dattiloscritta).
Il testo è riportato integralmente rispettando rigorosamente l’originale, comprese le maiuscole e le abbreviazioni.
Gasparini ottenne i bigliettini (talvolta piegati a metà del lato più lungo) dividendo in tre strisce parte di un unico foglio di carta velina; due sono scritti fronte e retro (il primo, che Gasparini lascia senza numerazione, e il secondo, che Gasparini numera 2)) il che rende più difficile l’interpretazione del testo; il terzo è scritto solo sul fronte e non sul retro.
Nella prima striscia e nell’ultima, lo scritto si estende per il lato più lungo; nelle altre, rispetta la divisione a metà del lato più lungo, probabilmente realizzata per nascondere meglio i bigliettini (forse in mezzo alla biancheria sporca).
Le domande che si pone lo storico sono:

  1. Chi erano B., l’ing. C., Moris, Giulio, e Gattoni?
  2. Gasparini commise una clamorosa imprudenza inviando i bigliettini alla famiglia alla moglie? No, perché i bigliettini arrivavano alla moglie tramite una guardia carceraria sicura perché già sperimentata. (Questo supera anche la domanda successiva).
  3. O era molto sicuro del suo canale (cfr. le affermazioni di Montanelli nella lettera da Davos datata 11 [ma senza indicazione del mese] indirizzata al fratello di Vittorio che parla di un “angelo protettore”)?
  4. I bigliettini sono la “sua ultima lettera alla moglie” (cfr. la già citata lettera di Montanelli)? No (vedi risposta punto 2).
  5. La “sua ultima lettera alla moglie” è un’altra, che la figlia Angiola tiene riservata tra le carte di famiglia.

 parte n.1 biglietto di Gasparini ai famigliari da S. Vittore ico-Gasparini02 ico-Gasparini03
Parte n. 1 Parte n. 2 Parte n.       3
ico-Gasparini04 ico-Gasparini05
Parte n. 4 Parte n. 5



1.
Dopo cinque interrogatori negativi e tre giorni di digiuno ho confessato per i seguenti motivi: 1. confronto con ing. C. nel quale egli ha confermato di aver conosciuto B. e di avermi concesso la sua macchina per B. Come prova esisteva il libretto di viaggio della macchina col nome di B. per alcuni viaggi- 2. minaccia di arresto immediato di mia moglie- 3. esistenza di una relazione al comando di B. nella quale era citato il mio nome di battaglia indicato attraverso deposizione di cui al successivo n. 4)– 4. deposizione circostanziatissima con nomi, fatti, date, indirizzi del radiotelegrafista moribondo.
Ho ammesso che verso fine gennaio si è presentato a me in ufficio B. appena sbarcato, con parola d’ordine. Successivamente sono pure stati indirizzati a me due radiotelegr. inviati da Roma, dopo che erano stati per diverso tempo presso i ns. stabilimenti.

2.a
B. aveva tutte le istruzioni per il funzionamento dell’organizzazione che collaborava al servizio segreto americano e in cui ero entrato come ufficiale italiano dietro invito e pressioni di Moris. B. portò la radio a Milano ma io non seppi mai dove fosse piazzata, essendo la mia funzione limitata a far da punto di riferimento dell’ organizzazione e da cassiere principale per l’alta Italia. Infatti ricevetti dal Dr Rossi (altro capo conosciuto a Roma)
2.b
un primo versamento di £ 1 milione in febbraio che erogai tutto a B. dopo avergli dato anche 40 mila [lire] di cui ero stato fornito in partenza da Roma per spese di sistemazione mia. In seguito B. iniziò una vivace attività politica di cui non mi parlava quasi mai dato che temeva che io non fossi sufficientemente deciso e risoluto nell’azione. Questo gli impedì anche di darmi particolari sulla dislocazione e il funzionamento

3.a
2) della radio e sugli indirizzi suo e dei suoi collaboratori materiali.
In seguito (marzo) io avvertii Bonomi venuto a Milano che non intendevo continuare la mia partecipazione all’organizzazione e intendevo rientrare al lavoro; a questo proposito iniziai colloqui con la ditta affermando che rifiutavo di rientrare a Roma per evitare di tornare nell’ambiente che avevo lasciato proprio per staccarmene. Rimaneva da risolvere la questione del .\. finanziamento ulteriore, non bastando allo scopo due rimesse fattemi
3.b
da Bonomi per complessive 2/300 mila [lire]. Perciò io scrissi a Roma al Dr Rossi che venne di nascosto a Milano e mi presentò un certo Giulio rispondente ai seguenti connotati: alto magro distinto bruno, età circa 50 anni, il quale in due riprese ai primi di maggio mi versò complessivamente 3 ½ milioni che io passai a B. meno £ 1.150.000 versate a un certo sig. Gattoni, altro membro, secondo istruzioni avute dal Dr Rossi.
A seguito di quanto dichiarato da Cecch. [Cecchini] ho ammesso di avergli dato

4.a
a varie riprese pacchetti di 50 mila [lire] per custodia – ultimamente un pacchetto di circa 300 mila [lire] (da me non verificato) restituitomi da B. che non lo voleva custodire in casa. Ritengo però che B. l’abbia ritirato quasi subito dopo.- Da allora io non vidi più nessuno dell’organizzazione e mi misi al lavoro nello stabilimento.
Riguardo all’ing. C. l’ho scagionato da ogni responsabilità nel modo più
4.b
ampio dicendo che sia la macchina che i soldi in consegna per custodia e 50/ mila [lire] prestatemi da lui in marzo, servivano al mio amico B. per le trattative che egli aveva in corso per la costituzione di una  società di prodotti farmaceutici nel dopoguerra.
A mio favore: 1) non ho mai avuto a che fare con la radio sia per la diffidenza di B. nei miei riguardi sia per volontà mia.     ./.

5.
2) del denaro passato per le mie mani non ne ho mai speso per me, salvo circa 10/m. lire, per spese incontrate per arredamento della mia abitazione in Milano- e circa 80/mila [lire] per acquisto benzina per B.- 3) non ho mai avuto nomi e documenti falsi – 4) da un mese mi ero staccato dall’organizzazione -

Note:

1 Si tratta dell’ing. Cecchini, altrove indicato anche come Cecch.

2 Verosimilmente Morris (è il suo nome di battaglia [Maurizio], oppure il suo cognome?). Probabilmente è un ufficiale americano bilingue dell’OSS con compiti di reclutatore della rete clandestina in Italia.

3 Probabilmente, gli italiani sono agenti della rete clandestina reclutati da Morris che operavano a Milano e facevano riferimento all’ambiente cattolico.






In una lettera al fratello Carlo Gasparini, Montanelli scrisse di Vittorio: "Era un uomo che aveva taciuto sotto tortura, ecco tutto, e che ora aspettava la morte. Quando la guardia repubblicana venne a prelevarlo, si inginocchiò per l'ultima preghiera a ciglio asciutto e sguardo sereno: nessun uomo in piedi fu più grande di quest'uomo in ginocchio.”

Lugano 11

Caro Gasparini, tuo fratello fu arrestato ai primi di giugno sotto accusa di spionaggio con radio clandestina. Nessuno aveva fatto la spia. Solo che uno dei due manovratori di Piazza Fiume, dove la radio appunto funzionava, non morì nel tentativo di suicidio che essi compirono quando si videro scoperti, per non parlare, gettandosi dalla finestra del quarto piano. Con la spina dorsale spezzata in tre punti, il ferito fu condotto all’ospedale di Baggio. Qui i tedeschi finsero di farlo rapire dai partigiani, che invece erano uomini al loro servizio. Credendosi al sicuro fra colleghi, il disgraziato parlò. E così venne fuori il nome di Vittorio. Egli non fu torturato. Come ho scritto, cercarono di farlo cantare indebolendolo con un prolungato digiuno. Ma Vittorio resisté con straordinario coraggio fino a cadere ammalato. Questo gli consentì di venire in infermeria, dove in capo a pochi giorni si riprese. Avevamo la stessa cella, anche dopo la guarigione. Intanto mia madre, che da sei mesi lavorava al mio salvataggio, era riuscita a trovare un angelo protettore1, di cui ti dirò a voce. E attraverso a questo angelo poté venire a San Vittore a parlare con me.
Subito la pregai di cercare la moglie di Vittorio e di ottenerle lo stesso privilegio. Il che avvenne. Vittorio poté vedere varie volte Ernestina, la quale con mia madre e con suddetto angelo preparava la nostra evasione. Questa avrebbe dovuto avvenire verso il 10 agosto. Improvvisamente, quando proprio mancavano pochissimi giorni, Vittorio fu chiamato una notte insieme ad altri due dell’ infermeria, dove eravamo otto in tutto. Vittorio sapeva benissimo cosa significava quella chiamata. Ma non perse la calma nemmeno per un attimo. Scrisse la sua ultima lettera alla moglie e insomma si condusse esattamente come ho riferito sul giornale. Lo uccisero in piazza Loreto, poche ore dopo, in maniera barbara. Mia madre, avvertita in tempo, poté a sua volta avvertire Ernestina ancora ignara. Insieme esse vegliarono il cadavere pur senza potervisi avvicinare. Intanto il mio nome era comparso sulla lista dei successivi fucilandi, lista che era stata affissa dentro il carcere, in modo che tutti noi interessati sapevamo ciò che ci aspettava. Due giorni dopo fuggii. Rimasi a Milano. nascosto, per dieci giorni. E sebbene il mio rifugio fosse tenuto segretissimo, Ernestina venne a trovarmi. Così potei raccontarle con precisione tutti i dettagli. Il cadavere non fu potuto recuperare. So che mia madre ed Ernestina stavano meditando di rubarlo una notte. Ma ora da parecchio manco di notizie, poiché nel frattempo mia moglie è stata deportata a Bolzano e mia madre l’ha seguita là per assisterla. Questa è la cronaca. Quanto hai visto sul giornale, è stato da me mandato a Radio America, per la quale lavoro, e che fra qualche sera lo diffonderà. Ed è esattamente quello che penso, quello che tutti pensiamo di Vittorio, che fu uno dei nostri compagni più amati e più stimati per il suo tranquillo coraggio, per il suo enorme senso di responsabilità, per la sua carità cristiana verso tutti. Io ho di lui un grande ricordo. Mi fece da infermiere quando in seguito ad una carezza particolarmente delicata i tedeschi mi ruppero lo sterno e mi lesionarono il fegato. Mia moglie riceveva quotidianamente da lui cibo speciale e attenzioni di tutti i generi. Qui a Lugano mi sono attivamente occupato con gli americani per sapere della sua assicurazione. Tutto è in ordine. Gli americani sono stati da me dettagliatamente informati dell’ azione svolta da Vittorio e lo hanno vivamente compianto come uno dei loro uomini migliori. Mi hanno pregato essi stessi di commemorarlo alla radio, come ti ho detto.
Spero di incontrarti e conoscerti presto. Ho parlato di te con Carletti che ti conosce e ti stima. Con molto affetto e cordialità, tuo

Montanelli



Lettera di Montanelli al fratello
1 L’angelo cui Montanelli si riferisce dovrebbe essere il cardinale Schuster di Milano (si veda la rivista Jesus del giugno 1995).

Rassegna stampa

Popolo e Libertà del 21 settembre 1944 Eco di Bergamo del 11 agosto 1998 Eco di Bergamo - seconda parte del 11 agosto 1998
Popolo e Libertà, giornale svizzero con articolo di Indro Montanelli, che si firma con lo speudonimo "Calandrino" Eco di Bergamo
prima parte dell'articolo
Eco di Bergamo
seconda parte dell'articolo
La Repubblica La Repubblica La Repubblica
La Repubblica - prima parte
Articolo relativo all'acquisizione agli atti del Tribunale di Torino della lettera di Indro Montanelli
La Repubblica - seconda parte La Repubblica - terza parte

 

 


Il cap. Gasparini, martire della libertà fucilato dalla Gestapo

Albino è parte civile nel processo per l’eccidio di piazzale Loreto dove il giovane alpino
e animatore di Azione Cattolica fu trucidato con altri 14 partigiani
Fu un barbaro eccidio e chiediamo giustizia”. Così la Giunta Comunale di Albino, costituitasi in
giudizio contro il responsabile dell’assassinio, onora il ricordo del concittadino Vittorio Gasparini,
capitano degli alpini e medaglia d’oro al valor militare, trucidato il 10 agosto 1944 in Piazzale Lore -
to a Milano.
Albino non vuole dimenticare la figura eroica di partigiano che ha donato la propria vita al servizio
della patria.
Vittorio Gasparini, a cui è stata intitolata una via già nel 1948, nacque ad Ambivere ma trascorse
tutta la sua infanzia e adolescenza ad Albino. Laureatosi in economia e commercio, divenne ufficiale
degli alpini. A Bergamo fu tra i giovani più attivi dell’Azione Cattolica, allievo ed amico di don
Antonio Seghezzi, e della F.U.C.I., negli anni in cui la diocesi era guidata da mons. Adriano Bernareggi.
Trasferitosi a Roma per lavoro come dirigente di un grosso complesso industriale, seppe distinguersi
per disponibilità e impegno sociale. Dopo l’armistizio del ’43prese contatto con i servizi segreti
d’informazione alleati, acquisendo l’impegno di collaborazione con il Servizio strategico della 5a
Armata americana. Con questo compito, coperto da un incarico ufficiale di responsabile di un’
azienda bresciana, il partigiano Gasparini si trasferisce a Milano.
A seguito della scoperta, da parte dei tedeschi, del centro radio in cui operava, il giovane militare
della Valle Seriana venne arrestato e rimase rinchiuso per due mesi e mezzo nel carcere di San Vittore,
da dove uscirà poi solo per essere fucilatoli 10 agosto 1944.
L’ordine fu dato dal comandante della Gestapo di Milano Saevecke, ora ottantaseienne, residente in
Germania dove, dopo la guerra, ha lavorato per parecchi anni come agente della Repubblica Federale
Tedesca.
L’accusato, in una recente intervista, ha dichiarato la propria completa estraneità al brutale episodio,
negando persino di aver mai indossato l’uniforme tedesca e tanto meno di essere stato membro delle
SS. Nella deliberazione della Giunta albanese, oltre all’espressione della piena solidarietà alla famiglia
del capitano Vittorio Gasparini e a tutti i familiari dei partigiani uccisi, viene avanzata una critica
al “censurabile comportamento dei giudici militari italiani i quali, per oltre cinquant’anni, hanno
posto il procedimento in posizione di archiviazione provvisoria”.
F. B.


Dal nostro bollettino parrocchiale nel 20° anniversario della morte di V. Gasparini.
“L’ultimo saluto alla mamma”
Alla mamma (è morta il mese scorso) e ai fratelli, scriveva un ultimo saluto di cui possiamo pubblicare il testo
inedito: diceva:
“Cara mamma, vado col papà mio e sono tanto sereno. Abbraccia per me Carlo e Alba: io pregherò per tanto
perché il Signore dia a voi tanta serenità, come a me.
Ti bacio
tuo Vittorio”
Il sereno religioso trapasso
Un compagno di carcere scrisse la seguente testimonianza del suo compagno pieno di fede nell’ora dell’olocausto:
“S’inginocchiò senza lacrime, a sguardo sereno, per l’ultima preghiera. Nessun uomo in piedi fu più
grande di quest’uomo in ginocchio. Poi si mosse, col Crocifisso in mano ed il piccolo rosario”. “E cadde…”.
Era stato un cattolico patriota.
“Guardando con raccapriccio, tra le quindici salme esposte nel piazzale alle luci di quel tragico mattino d’agosto,
il suo pallido, incantevole viso d’angelo trentenne, una donna del popolo fu udita esclamare: - Madonna
Santa, hanno fucilato un bambino! –”.


Dal nostro bollettino parrocchiale nel 50° anniversario della morte di Vittorio Gasparini.
“Da dove vengono queste scelte semplici e tanto grandi? Si può comprendere Vittorio Gasparini nel clima in
cui maturò: nella formazione familiare e parrocchiale di Albino, nei circoli cattolici di Bergamo.
È difficile dire che cosa fu determinante per lui di quella formazione cristiana più spirituale che culturale, ma
comunque profonda. Non è azzardato collegare Vittorio Gasparini, “apprezzato collaboratore della stampa giovanile
cattolica, sotto lo pseudonimo di “gamma”, a mons. Bernareggi che era familiare alle sedi del movimen -
to universitario bergamasco, oltre che responsabile nazionale.
Per il vescovo “il cristianesimo doveva essere “totalitario”, non una religiosità puramente formale nell’ambito
del privato senza aggancio alla vita”. Nei confronti dell’imperante fascismo il vescovo “si muoveva chiaramente
nella prospettiva della “cristianità”, vedendo la situazione come parzialmente favorevole alla creazione della ci -
viltà cristiana”; ma “la massiccia partecipazione alla resistenza” fu poi “una conferma dell’afascismo del mondo
cattolico bergamasco ed insieme della sua maturazione politico sociale”.
Contribuì certamente alla scelta di Vittorio Gasparini quanto avvenne nella rovente estate del 1938: nella notte
dal 2 al tre agosto, ignoti imbrattatori di indubbia provenienza avevano riempito le pareti esterne della residenza
del Vescovo, degli uffici della Curia, del Duomo e delle maggiori chiese della città alta e bassa di scritte of -
fensive e minacciose illustrate con dovizia di teschi e particolari macabri, con inviti al vescovo ad andarsene
prima che venisse “fatto fuori” a furor di popolo (e il “p0opolo” erano loro); e poi “basta coi preti, sporchi tolle -
ranti e profittatori”, e altre finezze del genere, la più spassosa delle quali campeggiava sulla facciata della
chiesa di S. Bartolomeo in fondo al Sentierone: “O il Papa cambia. O noi cambieremo il Papa”.
Così la scelta di Vittorio Gasparini dopo l’8 settembre 1943 mentre era a Roma per lavoro dal 1941, pare eco
semplice e naturale delle parole di mons. Bernareggi a Roma, durante il settimo Convegno nazionale del Movimento
Laureati Cattolici, dall’8 al 10 gennaio 1943, sulla “Responsabilità del cristiano d’oggi”: “Il cristianesi -
mo o è eroico o non è”, pure eco del grido di Pio XII: “Non lamento ma azione”.
Ben descrive il tipo di formazione che crebbe anche Vittorio Gasparini e tanti cattolici che diedero prova di sé
nel ricostruire, nel dopoguerra, l’Italia democratica, una sintetica descrizione fatta da Giuseppe Dossetti in una
memoria di Giueseppe Lazzati, il 18 maggio 1994: “il patrimonio del passato poteva annoverare una elabora -
zione culturale, forse modesta, ma vivace; un’opera di formazione vasta e costante, di quadri e di masse: sfor -
zi organizzativi appassionati e perseveranti; e soprattutto tanta fede e tanta speranza e tanti sacrifici di perso -
ne umili e realmente disinteressate; e infine, alcuni momenti forti di meditazione civile e politica riconosciuta da
molti come valida”.
A. C


Certificato di apprezzamento con la comunicazione che la documentazione fa parte dell'archivio storico dell'Ufficio Servizi Strategici del Governo degli Stati Uniti D'America (Roma 14 maggio 1945) A sinistra: Certificato di apprezzamento con la comunicazione che la documentazione fa parte dell'archivio storico dell'Ufficio Servizi Strategici del Governo degli Stati Uniti D'America (Roma 14 maggio 1945)

A destra: Benemerenza del Comune di Milano
Benemerenza del Comune di Milano
30 Aprile 1946 - Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani - Lombardia A sinistra: 30 Aprile 1946 - Commissione Riconoscimento Qualifiche Partigiani - Lombardia

A destra: Certificato di patriota rilasciato dal Maresciallo Alexander Comandante supremo alleato delle Forze nel Mediterraneo Centrale
Certificato di patriota rilasciato dal Maresciallo Alexander Comandante supremo alleato delle Forze nel Mediterraneo Centrale

 

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Emidio Mastrodomenico

Emidio MastrodomenicoNasce l'1 novembre 1922 a San Ferdinando di Puglia. Era agente di pubblica sicurezza del commissariato di Lambrate. Durante la Repubblica di Salò, quando i commissariati diventano i covi della peggior teppaglia, prende contatto con altri agenti fidati e forma una brigata d'assalto in collegamento con le formazioni partigiane.

Viene arrestato il 16 aprile 1944 da agenti della SIPO-SD; un agente, catturato prima di lui, ha fatto il suo nome. Al sesto raggio, la parte del carcere di San Vittore dove vengono rinchiusi i politici, viene accolto con diffidenza dai compagni di cella. Lo credono una spia. Le torture, le botte che i fascisti e i tedeschi non gli risparmiano, saranno purtroppo la prova migliore della sua onestà. Solo a guerra finita i genitori sapranno, nel loro paese di San Ferdinando di Puglia, della sua morte.

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Tullio Giovanni Galimberti

Giovanni GalimbertiNasce a Milano il 31 agosto 1922. Impiegato. E' chiamato dai parenti Tullio. Galimberti un giovane militare simpatizzante con il movimento operaio. Lui era militare, ma teneva per i partigiani diceva la zia Angela. Giovanni era figlio unico. Le sue idee antifasciste fanno paura in casa, anche se condivise, perché i parenti temono per la sua vita. Si unisce alle formazioni partigiane della città subito dopo l'8 settembre 1943. Appartenente alle formazioni Garibaldi con compiti di collegamento e raccolta di armi. Viene arrestato in un bar di piazza San Babila a Milano, qualche giorno prima dell'eccidio di Piazzale Loreto.